domenica 26 agosto 2007

Morire in miniera

Non posso fare a meno di essere turbato quando in TV si vedono i volti neri, le occhiaie bianche e le facce impaurite dei minatori di una miniera dove è successo un incidente. In questi giorni li abbiamo visti in America, ma anche in China, dove di incidenti ne succedono spesso (almeno 4000 morti l'anno, la cifra ufficiale).
Le scene sono le stesse, cariche di tensione: i compagni di lavoro che tentano il salvataggio, con sistemi più o meno tecnologici; le famiglie che arrivano, in grande ansia, sul luogo; le mogli e le mamme che urlano disperate quando i primi corpi vengono portati fuori.
Tutta gente che per campare va sotto terra per quattrocento o cinquecento metri, con la speranza di uscire otto o dieci ore dopo e di tornare a casa evitando la morte che è dietro ogni 'volata', che sta in agguato in un 'fornello'.
Le ho vissute in famiglia, queste situazioni; quante volte ho intravisto la preoccupazione di mia mamma per il ritardo di un rientro, quante volte ho sentito io stesso, bimbetto, la notizia portata da qualche compagno di lavoro che 'in miniera c'è stato un incidente...'
Oggi ho saputo i particolari di una vicenda che riguarda la mia famiglia e che conoscevo appena; ero troppo piccolo quando è successo e in casa, per esorcizzare la morte, mio babbo non parlava mai di quello che succedeva giù, in miniera; non voleva accrescere le angosce di mia mamma e preoccupare noi piccoli.


Era il 1957 o forse il 1958. Mio babbo lavorava da poco in miniera, in quella di pirite di Boccheggiano. La domenica, per lui come per molti nella zona, lo svago era la caccia. Si alzava presto, prendeva la sua Lambretta, il fucile a tracolla, e per qualche ora dimenticava il buio, il caldo, il sudore, la polvere, la paura.
Anche quella domenica era uscito prestissimo; da Follonica doveva andare a Massa Marittima, da suo fratello: sarebbero andati a caccia insieme.
Arrivato a casa di mio zio, lo trovò in grandissima agitazione: era appena arrivata la notizia che in miniera, a Niccioleta, c'era stata una frana: nella galleria c'era il loro cugino, un ragazzo di trentatré anni, con una moglie e un figlio piccolo di quattro o cinque anni.
Mio babbo e suo cugino erano vissuti insieme, erano ragazzetti negli anni del passaggio della guerra; mio babbo biondo, suo cugino, moro, erano bei ragazzi ed erano inseparabili. Mio zio, più grande, militare, era in campo di prigionia in Inghilterra; il legame tra i due quasi coetanei si era stretto e si erano affezionati come fratelli; la mamma del cugino aveva fatto quasi da mamma a mio babbo, che era rimasto orfano a quattro anni.
Mio zio andò di corsa ad avvertire la moglie del cugino, mio babbo continuò subito in moto verso la miniera di Niccioleta. Sul piazzale della miniera le scene già dette; le squadre di soccorso erano già scese e risalite; non c'era stato niente da fare, sicuramente il loro compagno era già morto, la frana era grossa, la galleria pericolante; ormai non si poteva più fare niente.
Mio babbo voleva scendere anche lui, laggiù in fondo, dal cugino; lo trattennero a forza.
Almeno ridare il corpo alla moglie, al figlio, invece di lasciarlo marcire, laggiù...
A un certo punto però riuscì a scappare a chi lo teneva, entrò nella gabbia, scese, forse c'era qualcun altro con lui, per farsi dire dove andare. Trovata la frana, si mise a scavare con una pala, poi con le mani, disperatamente; riuscì a trovare il cadavere del cugino e lo trascinò, coperto di terra, per un tratto di galleria; da sù ad un certo momento sentirono un gran boato: la galleria che crollava completamente. Mio babbo però ce l'aveva appena fatta a trascinarsi dietro un riparo. Portò il cugino fino alla 'gabbia', poi tornano su. Così ci fu almeno un corpo su cui piangere, una tomba da visitare.

Mia mamma raccontava tutto questo, senza un filo di emozione nella voce, stamani, cinquant'anni dopo; io avevo un groppo alla gola: ho ricordato la foto che è stata a lungo sul canterano in camera dei miei: e no, non era la foto del loro matrimonio, né quella dei figli; era la foto a colori, di un ragazzo giovane, moro, che sorride, sicuro di sé, mentre tiene per mano un bimbetto, imbronciato, di quattro o cinque anni.

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