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venerdì 7 gennaio 2022

mercoledì 4 giugno 2014

Universitàsse

Se adesso le tasse universitarie si versano tramite un pagamento MAV, nel 1975 si pagavano utilizzando... schede perforate.

[Image credits: PecoraMatta]

lunedì 1 febbraio 2010

Il nonno dell'iPad


Grande quanto un foglio A4,  più di 2 Kg. di peso, un tablet PC in ambiente Windows 3.1 del 1994 dalla Toshiba.


[Credit: RétroScan]

venerdì 19 dicembre 2008

Nudo a Natale

Nel 1988 la Logitech, per celebrare il duemilionesimo mouse venduto, pubblicizzava un bundle costituito da:
  • un mouse Logitech ClearCase per IMP PC, XT o AT, e PS/2 o compatibili al 100%
  • un adattatore da 9 a 25 pin
  • un Plus Package software
  • un Logitech PaintShow (per cui è necessaria una scheda grafica, avverte la nota...)
Il tutto per soli 149 dollari (di venti anni fa).

martedì 26 agosto 2008

Conoscete Eliza?

Io l'ho conosciuta nella primavera del 1984, se non sbaglio.
Cosa facevo in quei giorni?
Con l'amico Marco F. mi gingillavo con il primo mini sistema che ci era dato occasione di vedere, un Honeywell microSystem 6.

La storia è lunga e merita un post a sé; di fatto, comunque, abbiamo avuto per alcuni mesi la possibilità di capire qualcosa del funzionamento di un vero sistema operativo, di un computer in 'time-sharing' e di un linguaggio di programmazione che si chiama COBOL. Tutto questo grazie alla disponibilità di un preside, che aveva nella sua aula di informatica quell'oggetto strano, costoso e assolutamente inutilizzato, e di un assistente tecnico disponibile e curioso.
Ricordo i manualoni color arancio vivo, tutti in inglese, del GCOS 6/400 che Marco si era portato a casa per studiare (ci era stato difficile, devo ammetterlo, anche solo capire quali erano quelli che andavano letti, fra i tanti, oltre una decina, che costituivano la biblioteca di corredo alla macchina) e che davano un tocco professionale alla sua cameretta di studente.
Fu in questo contesto che conobbi Eliza, proprio sul 6/20.
Eliza è un curioso programma, realizzato verso la metà degli anni '60 da Joseph Weizenbaum, ricercatore del MIT; il programma simula una psicoanalista con cui è possibile dialogare, tramite la tastiera, e che sollecita l'utente a parlare e a raccontare i suoi problemi. Per un po' Eliza sembra rispondere a tono nel dialogo che si instaura tra il 'terapeuta' e il paziente, poi ci si accorge che, in realtà, le frasi che compone sono basate su alcune parole-chiave che noi, come pazienti, abbiamo digitato oppure sono semplici sollecitazioni a continuare il discorso.
Il programma, nato come 'gioco' a latere dei primi studi sull'intelligenza artificiale, ebbe un clamoroso successo e causò all'epoca anche una serie di 'buffi' incidenti e di situazioni imbarazzanti, come si può leggere in Castelfranchi, Stock, Macchine come noi.

Qui il depliant del microSystem 6.
Qui si trovano versioni del programma scaricabili su PC.
Qui invece Eliza risponde direttamente dal web.

Di seguito, una videata del dialogo, neanche tanto assurdo, tra Eliza e un paziente (il sottoscritto).

giovedì 14 agosto 2008

Leisure Suite Larry

Una volta l'ho fatto anche io, ero molto giovane però...
Ora che ci penso, l'ho fatto DUE volte, ... forse TRE.
Beh, intanto vi racconto della prima volta (che ho fatto un videogioco).

Nell'azienda in cui lavoravo, alla fine degli anni ottanta, iniziò, non so come, la mania per un videogioco. Sicuramente era uno dei primi, a colori, con una grafica spartana e a 'pupazzi' ed era particolarmente intrigante: si chiamava Leisure Suite Larry in the Land of the Lounge Lizard, un nome difficile da dimenticare, ed era un gioco 'per adulti'.

La confezione del gioco: Ambiente: DOS. Richiesti: 640 Kb di RAM. Processore 286 o superiore. Raccomandati: mouse. Supporto per le schede audio.

Intendiamoci, niente che un qualche quattordicenne di adesso non potrebbe vedere, ma la piccola dose di 'piccante' aiutava certamente la diffusione e la giocabilità.
Il gioco, dicevo, aveva preso campo all'interno dell'azienda e vista la novità della cosa e il fatto che fosse interamente in inglese, si crearono varie squadre, più o meno numerose, di ragazzi e ragazze intenti, rigorosamente durante la pausa pranzo, a cercare di arrivare sani e salvi alla fine dell'avventura (sì, perché la morte e la distruzione di Larry erano sempre in agguato, bastava attraversare la strada senza far attenzione o avvicinare il tizio sbagliato, e addio vita!)
Il trentottenne, modesto, Larry Laffer, questa la trama del gioco, decide di abbandonare l'abituale vita da pantofolaio per passare una notte alla grande, alla ricerca della donna dei propri sogni, senza disdegnare altre possibili avventure. Il giocatore fa agire Larry in uno scenario multi-livello, usando la tastiera e scrivendo anche direttamente alcuni comandi.
Si trattava dunque di fare delle scelte, prendere degli oggetti da usare in fasi successive del gioco, guadagnare dei soldi (e usare di frequente uno spray contro l'alito cattivo...); andavamo avanti con continui salvataggi della situazione raggiunta, pronti a ripartire da quel punto dovesse arrivare qualche intoppo nelle fasi successive: uno schema divenuto classico, ma che la Sierra On-Line Inc. sfruttò opportunamente.

La prima scena del videogioco: il bar

C'erano squadre più avanti nel gioco e squadre più indietro ma tutte erano gelose delle soluzioni adottate per arrivare fino al punto in cui si trovavano e, quindi, non c'era un passa parola che aiutasse chi era in difficoltà ad andare avanti: era un tutti contro tutti, insomma; la squadra che era nella fase più avanzata del gioco era capitanata da S., uno dei giovani e brillanti consoci dell'azienda.
Un giorno cominciò a circolare la voce che quella squadra si era bloccata: erano di fronte ad una fase da cui non sapevano uscire; non si conoscevano però i dettagli.
Dopo due o tre giorni la situazione si fece tesa: erano costretti a tornare sempre ad una fase del gioco precedente e a tentare, da lì, strade che risultavano sempre perdenti; qualche componente del gruppo cominciò allora a prender contatti con gli altri per vedere se qualcuno aveva qualche idea. Niente da fare.
Fecero visita anche nel mio cubicolo, il penultimo del corridoio; ero in azienda da poche settimane e nella stanza c'erano altri due colleghi con i quali, ovviamente, avevo formato una squadra; era la prima volta in vita mia che facevo un videogioco.
"S. si è bloccato, non si riesce più ad andare avanti" fu l'inizio della chiacchierata; ma ormai lo sapeva tutta l'azienda. "Ah, e dove si è fermato?". Ci spiegarono più o meno la fase, senza darci troppi dettagli su come c'erano arrivati. "... poi c'è una bottiglietta, c'è scritto Spanish Fly, ma non si riesce a capire se va presa, a cosa serve..."
Temporeggiai un po', poi feci uno dei miei soliti sorrisetti saputi: "Lo Spanish Fly è un noto prodotto afrodisiaco", feci io. "Se vi può servire...".
Ci fu un attimo di silenzio, i miei colleghi di stanza e i visitatori mi guardavano, sorpresi. Come facevo a sapere questa cosa bizzarra? (ero rimasto incerto se dare l'informazione o no, perché mi immaginavo tutta una serie di battute che, stranamente, non ci furono.)
"Lo so, faccio il programmatore ma so un sacco di altre cose." sottolineai. Se ne andarono ed evidentemente quello era il tassello che mancava alla squadra di S. per andare avanti, tanto che di lì a qualche giorno finirono, per primi, il gioco.
Io, una volta dato il mio suggerimento, smisi di giocare con la mia squadra, mi sembrava quasi di essere in quella dei primi arrivati; ogni tanto però gli altri due mi consultavano ed io, benevolmente, non mi esimevo dal dispensare i miei buoni consigli...

Qui il manuale originale e sicuramente, se cercate bene, da qualche parte potrete trovare anche il software.

domenica 8 giugno 2008

Sinclair ZX80

Di elettronica Marcello qualcosa ne sapeva, da dilettante. Di informatica, invece, era completamente digiuno. Era sempre aggiornato sugli ultimi gadget elettronici che il mercato proponeva ed era pronto a comprarli o a prenderli in prestito da alcuni negozi con cui era in ottimi rapporti, ma quando si comprò il nuovo giocattolo non sapeva davvero dove mettere le mani.
Lo aiutai, spiegandogli un po' cosa fossero la programmazione e il linguaggio BASIC; passammo nottate a farci venire i crampi alle dita per scrivere, sulla buffa e scomoda tastiera a bolle del suo Sinclair ZX80, programmini che sarebbero, forse, stati mostrati a qualche classe della sua scuola media.


Marcello si stancò presto della cosa e, visto che io con quel computerino un po' me la cavavo, mi propose di comprarlo, cedendomelo ad un prezzo più basso di quello che aveva pagato lui, così da riavere un po' di liquidi per acquistare qualche nuovo 'giocattolo', una qualche 'ultima novità' che suscitasse invidia negli amici e nei colleghi della scuola dove insegnava.

Alcuni miei colleghi avevano già il PET della Commodore, un oggetto ingombrante, veramente professionale (e costoso); io ero passato dall'esperienza universitaria dei programmi in FORTRAN, preparati sulle schede perforate, per arrivare poi ad usare una calcolatrice programmabile della Hewlett-Packard, l' HP25.

Mi divertii per alcuni mesi con lo 'scatolino': l'idea del BASIC in ROM era geniale, l'uso della TV come terminale video e di un comune registratore a cassette per salvare i programmi erano soluzioni brillanti per tentare una penetrazione di massa di un quasi-computer nelle case di molte famiglie.
Poi giunsero notizie del prossimo lancio del Sinclair ZX Spectrum (nel frattempo era stato prodotto lo ZX81, con più memoria e una tastiera migliore: Marcello lo aveva comprato subito, per poi rivenderlo, dopo alcune settimane, ad un nostro comune amico). Rivendetti lo ZX80 di corsa, alla metà del prezzo che lo avevo pagato, per comprare la nuova meraviglia di Sir Clive Sinclair.

domenica 17 febbraio 2008

lunedì 28 gennaio 2008

Da Computer a Computer

Verso la fine degli anni ottanta, appena sposati, fummo costretti a trasferirci a Firenze e andammo ad abitare in casa dei miei suoceri.
La decisione fu improvvisa: abbandonai il lavoro di consulente che stavo facendo da anni e, in una 'piazza nuova', mi cercai un lavoro da dipendente. Un po' per fortuna, un po' per le mie competenze, dopo venti giorni avevo il nuovo posto di lavoro in una società di informatica.
I clienti che avevo lasciato in Maremma si trovavano in situazioni ormai stabili, per cui i miei interventi tecnici erano rari; in un caso, però, la mia presenza veniva richiesta molto spesso: si trattava di un concessionario di una grande marca di prodotti surgelati, che operava a Grosseto, che era soggetto a continue integrazioni al proprio software di gestione del magazzino e degli ordini per le frequenti e più disparate richieste che continuava a fargli l'azienda italiana proprietaria del marchio e controllata da una multinazionale americana.
Nell'azienda dove lavoravo avevo visto usare i primi programmi di teleassistenza e probabilmente li avrò usati io stesso: proposi all'azienda grossetana di dotarci di due modem e due software Carbon Copy per poter fare gli interventi, almeno quelli più urgenti, di notte e direttamente da Firenze.
A Grosseto accettarono di buon grado la soluzione: acquistarono quanto ci era necessario, facemmo qualche prova di messa a punto poi cominciai a realizzare le modifiche che mi venivano richieste e che apportavo, di solito dopo cena, dalla camera (attrezzata a studio) che avevo in casa dei suoceri. Costi telefonici aggiuntivi non ce ne erano, perché avevo attivato un sistema di richiamata.
I modem che utilizzavamo avevano una velocità di trasmissione di ben 2400 bps (erano modelli appena usciti, in azienda c'erano ancora i 1200 bps !); le linee telefoniche al tempo erano molto 'pulite' e quindi la trasmissione dati si svolgeva senza il minimo problema, oltretutto eravamo ancora nel mondo del DOS!
A me, naturalmente, questo tipo di attività sembrava la cosa più normale del mondo: lavoravo nel settore da alcuni anni e anche mia moglie ormai si era abituata a vedermi fare cose 'strane' e a sentirmi parlare in 'informatichese'.

Una sera, però, mi resi conto che qualcuno aveva su di me idee non proprio chiare.
Mi ero chiuso in camera subito dopo cena: dovevo apportare un aggiornamento molto urgente; in casa c'era il solito va e vieni, lo sparecchiamento della tavola, i piatti da fare, la TV.
Ad un certo punto, dal corridoio, sentii la voce di mia suocera che parlava con mio suocero, a voce abbastanza alta che la potei sentire distintamente. "Mah, è di là in camera .... dice che parla con un computer...." E il tono, incredulo e molto preoccupato, era quello di chi si chiede "Ma a quale pazzo scatenato abbiamo fatto sposare nostra figlia?"
Mio suocero borbottò una risposta, che non afferrai, accompagnata di certo da uno scuotimento di testa di disapprovazione nei miei riguardi.
Poi le voci passarono, dal salotto prese il sopravvento la TV e io continuai, tranquillo, a parlare con un computer che, nel cuore della notte maremmana, stava rispondendo puntualmente a tutte le mie chiacchiere fiorentine.

martedì 18 settembre 2007

Olivetti M280

L' Olivetti M280 è un gran bel computer: grosso, solido, veloce e, soprattutto, affidabile.
E' l'unico desktop che ho mai comprato, ho sempre lavorato su PC di clienti o con PC portatili; ero giovane e feci l'errore di investirci dei bei milioni.
Il modello era appena stato presentato dalla Olivetti, un veloce 286 a 12 MHz con una scheda grafica EGA, (mica la vecchia e orribile Hercules!) e addirittura un altoparlante incorporato con il controllo esterno del volume. Chiesi al concessionario Olivetti per cui facevo il consulente di ordinarmelo subito; un venerdì mattina T., uno dei titolari, mi disse che era arrivato il corriere con molta merce in consegna per i clienti. "C'è anche il suo computer, quando ha voglia vada a prenderlo, tanto le chiavi ce l'ha."
Avevo le chiavi del negozio, apprezzavo che mi ritenessero 'di casa' ma non le avevo mai usate; quel pomeriggio non mi preoccupai della 'forma' e, subito dopo pranzo, fuori quindi dall'orario di apertura, andai in concessionaria e mi misi a girare per il magazzino. Il 'mio' PC era lì, il video anche; faticai non poco, da solo, per recuperarlo tra i materiali arrivati, ma poi lo caricai in macchina e lo portai a casa. Il tragitto fu breve, abitavo a non più di trecento metri di distanza!
Su quel PC ho lavorato qualche anno, c'era molto meno obsolescenza dell'hardware e, a ben pensare, è stato un buon investimento.
Il fatto è, però, che, nonostante vari traslochi, non riesco a liberarmi mai delle mie cose, non butto nulla, per quanto vecchio ed inutile, o almeno ci metto anni a disfarmi di oggetti di cui chiunque si sarebbe sbarazzato senza starci a pensare troppo. Finita l'era del DOS, l'M280 finì in cantina.
Una decina di anni dopo mio cognato decise che era ora di imparare qualcosa sui computer; così, poco prima dell'uscita di Windows 95, il mio M280 uscì di cantina per diventare una macchina pronta a tutto.
Dotata di DOS 6.22, HD da 20 MB (sì, Mega Byte) ma con un software, lo Stacker, che ne raddoppiava la capacità, un floppy da 3 e 1/4 e uno da 5 e 1/2, 1 MB di Ram, un video EGA a fosfori verdi, Word 5.0 per DOS, PCTools, PKZIP,... insomma, tutto il corredo di software per il mondo pre-Windows, era l'ideale per fare pratica.
Passati sei o sette mesi, l'oggetto ingombrante mi fu restituito e riprese il suo posto in cantina (di buttarlo, neppure a parlarne!)
Lì è rimasto fino a quando, cinque o sei anni dopo, il figlio di nostri amici, assolutamente inesperto di informatica, è arrivato alla stesura della tesi di laurea. Che fare? Per risparmiare un po' (e imparare qualcosa) ha pensato di usare l'M280 con Word 5.0 come programma di scrittura: per la sua tesi di letteratura era più che sufficiente.
Ancora qualche mese fuori casa, poi il PC è ritornato, accompagnato, stavolta, da una scatola di sei bottiglie di Montepulciano d'Abruzzo, proprio di Miglianico, con un paio di bottiglie di Cerasuolo veramente beverino. Il dono era sicuramente molto, molto più del valore intrinseco dell'oggetto. Ora il PC è di nuovo in cantina ma ho pensato di riutilizzarne la tastiera, che ha un 'tocco' che mi è sempre piaciuto molto, un tocco morbido, senza quel feedback cliccante e rumoroso che avevano le tastiere IBM e che per qualcuno costituiva una caratteristica irrinunciabile. Sperando nella compatibilità dei livelli di segnale, con un plug convertitore il tutto potrebbe funzionare.
Una cosa si può dire di macchine del genere: fatte per durare! Sono almeno 25 anni che funziona splendidamente. A proposito, a qualcuno interessa, in prestito s'intende, un bel 286 seminuovo ma perfettamente funzionante?

mercoledì 18 luglio 2007

Toshiba laptop

Quando 'Paolino' doveva andare a Napoli, per un intervento di assistenza ad un suo cliente, era contentissimo e faceva il giro degli uffici per annunciare l'evento. Napoli voleva dire un bel viaggio in treno da Firenze, albergo, pranzi al ristorante e qualche giorno fuori dal tran-tran dell'ufficio.
E poi, c'era il Toshiba.
Sì, perché in queste sue 'missioni', Paolo aveva il diritto di portare con se un PC portatile, uno dei primi del tempo ed uno dei pochi che erano in azienda. Non ricordo se era un T3200 od un T5200, comunque un laptop con processore Intel 386, un nero oggetto del desiderio con un incredibile video al plasma (cioè: con caratteri arancione su sfondo nero che ti spaccavano gli occhi se ci lavoravi qualche ora).
Il guaio di quel portatile era il peso: più di sette chili e mezzo e quando il venerdì, prima della missione a Napoli, Paolino faceva un secondo giro degli uffici, portando sulla spalla la borsa con il PC, dopo pochi passi già mostrava segni di affaticamento: molto giovane, magrolino, alto forse non più di un metro e sessanta, quella zavorra era troppo per lui e allora qualcuno cominciava a prenderlo in giro; lui rispondeva, un po' imbarazzato, come da copione, che era tutta invidia, la nostra.
Lo rivedevamo poi qualche giorno dopo, a raccontarci incredibili storie della sua trasferta.

mercoledì 11 luglio 2007

Programma...cosa?

Al mio babbo la cosa era del tutto incomprensibile. Come poteva mai essere che fosse un lavoro quello che facevo pigiando dei tasti di un ingombrante oggetto grigio che aveva l'aspetto di un brutto televisore?
L'M20 dell'Olivetti me lo aveva visto portare a casa con notevole sforzo fisico (pesava da morire, ed io ero, pelle ed ossa comprese, poco più di sessanta chili per quasi un metro e ottanta); l'aveva visto sulla scrivania della mia cameretta e non aveva chiesto nulla: semplicemente non capiva. Per lui lavoro era, necessariamente, lavoro fisico: se non avevi una pala in mano, un piccone, almeno un martello e uno scalpello, se non sudavi, insomma, beh, quello non poteva essere un lavoro!
Sapeva bene che ero un bravo ragazzo, studioso e con una predilezione per i libri, avrei potuto fare, che so, il professore, l'ingegnere in una bella ditta di elettronica, ma invece cosa stavo facendo?
Spiegargli cosa fosse la 'programmazione' di un computer era troppo difficile: gli dissi che stavo realizzando delle 'cose' che permettevano all'Esattoria Comunale di riscuotere correttamente le tasse e di tenere i conti per il Comune e per il Ministero del Tesoro. Questo lo colpì: ci vuole del cervello per fare cose del genere, ma rimase perplesso. Poi aprii un mio conto corrente, cominciai a versarci dei soldi, ricevevo, a casa, telefonate di lavoro dall'Esattoria, dal villaggio svedese di Riva del Sole, da alcuni noti professionisti.
Cosa fosse la 'programmazione' ormai al mio babbo non importava molto, è rimasto per sempre un mistero per lui cosa fosse questo lavoro fatto in 'punta di dita', ma che dietro ci volesse una testa con un bel cervello, questo era un dato di fatto, una mente acuta e brillante come era la sua (e che io avevo ereditato...). Su una cosa concordavamo: i lavori si fanno con la testa, sempre, tutti.

mercoledì 4 luglio 2007

Uomini e topi - 1

"Ciao ragazzi, che fate?". Mario S. aveva aperto la porta dell'ufficio di Ernesto, uno dei tanti mini uffici, dalle pareti trasparenti, in cui si svolgeva l'attività dell'azienda. "Ciao" risposi; "Ciao Mario, si stava guardando questo programma", rispose Ernesto, facendo un cenno con la testa al video del suo PC. In azienda ci davamo tutti del tu, ma anche se Mario era maremmano come noi due, e grossetano come Ernesto, era pur sempre l'Amministratore, per cui non si riusciva proprio ad essere spontanei. "Sì, la grafica sarà il futuro, fra un po' 'quello' lo useremo tutti." e accennò al mouse che Ernesto stava muovendo. "Più tardi ripasso, mi servirebbe che tu mi impaginassi una presentazione dell'azienda, se non hai troppo da fare". "No, no, passa, il tempo lo trovo" rispose Ernesto. Lo salutammo mentre usciva.
Avevamo preso l'abitudine, Ernesto ed io, quando lui non era fuori per qualche installazione di software, di fare due chiacchiere durante la pausa pranzo. Un panino trangugiato in fretta al bar della signora Maria di là dalla strada, o nel freddo gelido o nel caldo impossibile di Firenze, secondo la stagione, e poi si tornava a rifugiarsi nei nostri cubicoli; lui era fortunato, aveva un ufficio tutto per sé, con due scrivanie, il luogo ideale per chiacchierare. Del lavoro, soprattutto, dell'Azienda, qualche volta.
Ernesto era uno dei pochi che usava una qualche versione di Windows, con un software di impaginazione, e quindi utilizzava il mouse, quel curioso oggetto che non era ancora onnipresente sulle scrivanie. Il resto dell'azienda lavorava con la sola tastiera, e chi, come me, faceva sviluppo software, era impegnato a districarsi tra i limiti di memoria delle compilazioni del QB45 (Microsoft Quick Basic 4.5) e le routine di indicizzazione FABS e certo nulla sapevo degli eventi.
Ogni tanto Ernesto mi faceva vedere l'uso di qualche programma, spiegandomi come era configurato il mouse e a cosa servivano i tasti. Il mouse era un mitico Logitech, il C7, era il 1988 ed il prezzo di listino negli USA era di 119$. "La Logitech è Svizzera, ma i fondatori sono italiani" (lo sapevo, leggevamo la stessa, prima, rivista di informatica italiana, e io, snobbisticamente, leggevo anche Byte) e comunque già lo facevano a Taiwan....
Per motivi veramente troppo lunghi da raccontare, oggi quel C7 con il suo cavetto seriale (sì, proprio quello di Ernesto) è tra le cianfrusaglie elettroniche che invecchiano in un armadio in casa mia, con quel suo design squadrato, assolutamente fuori moda, da modernariato informatico.
Purtroppo è uno di quei dispositivi di cui Windows XP ha decretato la morte.