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giovedì 4 dicembre 2025

4 Dicembre 2025 - Santa Barbara

Un santino ungherese di Santa Barbara. Inizi '900. (da ebay)

 


La "gita" dei minatori che rienta a Prata dalla miniera di pirite di Niccioleta

su un autobus FIAT  642 rn carrozzato Romanazzi, della ditta Medoli (1956?)

 

 

martedì 20 maggio 2025

Le orecchie di San Bernardino

[Dio] hatti dato due orecchie et una lingua, perché tu oda più che tu non parli. 

Dalla Predica IX

 

Bernardino da Siena, Prediche volgari sul Campo di Siena - 1427 a cura di Carlo Delcorno, Milano. Rusconi, 1989


Bernardino degli Albizzeschi [Massa Marittima (GR), 8 settembre 1380 - L'Aquila, 20 maggio 1444]




martedì 14 giugno 2022

La strage della Niccioleta


Le case di Niccioleta sono sparse su una collinetta posta di fianco alla strada che da Massa Marittima conduce a Castelnuovo Val di Cecina. Nel 1944 le carte topografiche non registravano il nome di questo villaggio sorto da pochi anni intorno alla miniera di pirite. Niccioleta allora era abitata da centocinquanta famiglie di minatori, oltre che dal personale direttivo della miniera.
[...]
Ai primi di giugno, la ritirata tedesca era in pieno corso sulle strade della Maremma; il fascismo repubblichino era in sfacelo. Il presidio fascista di Massa tagliò la corda la notte del 9. Quello stesso giorno una squadra di partigiani era entrata in Niccioleta. Disarmati i carabinieri, che vennero invitati ad allontanarsi, i partigiani accompagnati da elementi del luogo fecero il giro delle case dei fascisti, sequestrando anche a loro le armi. Agli uomini fu ingiunto di non uscire di casa.
[...]
Fin dal giorno 10, il CLN aveva istituito un servizio armato di avvistamento e di vigilanza, col pieno consenso del direttore della miniera. Si sapeva che i tedeschi lasciavano indietro gruppi di guastatori, con l’incarico di distruggere gli impianti industriali; e i minatori di Niccioleta erano decisi a salvare la miniera. Purtroppo questo sistema di sicurezza non funzionò, quando all’alba del 13 le SS comparvero a piedi sotto Niccioleta. Le sentinelle (una delle quali era per l’appunto il figlio del direttore Mori Ubaldini) non poterono far altro che darsi alla fuga. A loro volta i membri del comitato, che sedevano in permanenza nella caserma dei carabinieri, ebbero appena il tempo di nascondere le armi nel rifugio antiaereo. Vi nascosero anche gli elenchi dei turni di guardia, mentre avrebbero fatto bene a distruggerli.
Il paese si risvegliò bruscamente al rumore degli spari, delle voci rauche dei tedeschi (tedeschi erano il comandante, un tenente, e i sottufficiali; mentre i militi erano tutti italiani). Gli uomini furono fatti uscire dalle case, alle donne e ai ragazzi venne invece ingiunto di non uscire, e anzi di sprangare le finestre. Centocinquanta minatori si trovarono così ammassati nello spiazzo davanti al dopolavoro, e poi dentro il rifugio antiaereo. Naturalmente ai fascisti venne riservato un diverso trattamento; e se qualcuno fu dapprima incolonnato con gli altri, si provvide poi a liberarlo. Calabrò, Nucciotti, Bellini si erano subito uniti ai militi e li accompagnavano in giro. Gli elenchi delle guardie armate furono rinvenuti nel rifugio antiaereo insieme alle armi. Anche i dirigenti della miniera vennero prelevati e messi a disposizione del tenente tedesco. L’ingegnere Boeklin ebbe il compito di fare l’interprete. Ultimato il rastrellamento, il tenente si installò nella caserma dei carabinieri e procedette all’interrogatorio di alcuni minatori, che gli erano stati indicati come i capi del movimento antifascista. Alle dieci Sargentoni Ettore coi figli Ado e Alizzardo, Bruno Barabissi, Antimo Ghigi e Rinaldo Baffetti furono fucilati in una fossa che gira intorno all’edificio dello spaccio aziendale. Una donna che abitava lì davanti poté vedere la scena: «Vidi per primi Baffetti e Barabissi uscire dalla sede del dopolavoro a braccetto e avviarsi nello stretto corridoio che porta dietro al forno, seguiti da un milite armato. Appena essi furono dietro il forno sentii sparare dei colpi. La seconda coppia fu il Sargentoni Ettore e Ado sempre a braccetto e seguiti da un altro milite, ed entrati nel recinto udii altri colpi; per ultimi vidi venire Sargentoni Alizzardo e Ghigi con la stessa scena degli altri. Prima di arrivare dietro il forno, nello stretto corridoio il Sargentoni Alizzardo cadde a terra battendo la testa in uno spigolo. Il milite che lo accompagnava lo alzò prendendolo per un braccio e lo colpì alla testa col calcio del moschetto, spingendolo poi dietro il forno. Sul muro, dietro il forno, vi era una mitragliatrice coperta con delle frasche e intorno a essa dei militi, accanto vi era una damigiana di vino e durante tutto il tempo i militi riempivano un fiasco di vino e bevevano».
A mezzogiorno si permise alle donne di portare da mangiare agli uomini, che si trovavano sempre nell’interno del rifugio.
Fu solo verso sera che il tenente tedesco prese una decisione: i minatori furono fatti uscire dal rifugio e avviati a piedi verso Castelnuovo. Dopo alcuni chilometri arrivarono dei camion, e con quelli i prigionieri vennero portati a Castelnuovo e rinchiusi nella sala del cinematografo. Anche i dirigenti della miniera e i fascisti (questi ultimi con le famiglie e le masserizie) furono condotti a Castelnuovo e alloggiati nella caserma dei carabinieri. Durante l’intera giornata del 14, per le strade di Castelnuovo si ripeté il sinistro via vai del giorno prima. Come a Niccioleta, anche a Castelnuovo i fascisti accompagnavano le pattuglie dei militi, che facevano la spola tra il comando tedesco e il cinematografo dove erano rinchiusi i minatori. Sembra che il tenente aspettasse il comandante del battaglione, il quale non era in sede; ma poi finì con l’agire di propria iniziativa. I minatori furono divisi in tre gruppi. Il primo, composto di 79 uomini, era destinato allo sterminio. Il secondo, di 21, alla deportazione in Germania. Il terzo, di 50, comprendeva gli uomini più anziani, che avrebbero dovuto essere rilasciati. I 79 erano stati scelti in base ai nomi contenuti negli elenchi delle guardie armate. Quando non si era trovato il figlio, era stato incluso tra i condannati a morte il padre, e viceversa. I fascisti ebbero però la facoltà di rimaneggiare la lista, includendo o togliendo chi loro parve meglio. In particolare Calabrò, che i tedeschi chiamavano «il vecchio fascista», fu autorizzato dal tenente a liberare sei uomini. Egli ne liberò due, e così i 79 divennero 77. Poi finse di volerne liberare un terzo e chiamò fuori dalle file Eugenio Cicaloni. Cicaloni si fece avanti e Calabrò disse al tenente: «Questo avere sputato in faccia a mia moglie e a mia figlia». Il tenente con uno spintone lo rispedì in fila.
Al tramonto, i 77 furono condotti in una specie di dolina, in prossimità della centrale elettrica, e a gruppi di quindici falciati con le mitragliatrici. Le mitragliatrici erano manovrate dai militi italiani. Nella caserma dei carabinieri, udendo la sparatoria, la moglie del fascista Soppelsa non resse e si mise a piangere. Nucciotti la vide e disse: «Io non faccio una lacrima, questa volta l’hanno preso in culo loro!»
[...]


L. Bianciardi, C. Cassola, I minatori della Maremma [1956], ristampato poi anche da StradeBianche/StampaAlternativa, Pitigliano, 2010 e pubblicato in forma NO COPYRIGHT; il file è scaricabile gratuitamente come PDF da QUESTA PAGINA. 

[Immagine: Copertina della prima edizione realizzata dal pittore grossetano Bruno Dominici] 

Nota: i riferimenti sono tutti a luoghi reali, fatti accaduti e persone esistite. Vedi anche: Strage di Niccioleta e I minatori della Maremma.

 

domenica 1 maggio 2022

1° Maggio 2022

 

Questa è una vecchia foto di famiglia; sul retro, a lapis, ancora leggibile, la data: 1/5/47. La vita stava riprendendo e mio babbo, scanzonato, in alto a sinistra, se la ride. Ancora un mese e avrebbe compiuto vent'anni.
La squadra dei maggerini è una di quelle di Massa Marittima.

Mio nonno materno nella sua squadra era 'il poeta', quello che in ottava rima sfidava gli avversari in un provocatorio gioco di improvvisazioni.

martedì 9 maggio 2017

Siena: state sani (se potete!)

All'inizio del mese di Marzo il mio medico mi ha prescritto alcuni (4) esami di controllo; ho deciso, per evitare ulteriori spese sanitarie nelle strutture private che da qualche tempo siamo costretti a utilizzare, di usufruire dei servizi della USL Toscana Sud Est.
Basta fare una telefonata al CUP e prenotare, che ci vuole?

Intanto per la telefonata, da fare ovviamente col cellulare e durante l'orario di lavoro, ci vogliono dai quindici ai venti minuti di attesa (diciotto, nel caso specifico). Poi bisogna declinare le proprie generalità, dettare due o tre serie di numeri presenti sulla prescrizione del medico (attenti a non sbagliare!); alla fine viene assegnata la data e l'orario dell'esame e l'indicazione del luogo dove recarsi e si deve prender nota con cura anche nel numero di prenotazione che ci viene comunicato, da utilizzare in caso di problemi o di cancellazione della richiesta. (Ma anche le caselle spuntate andrebbero verificate e nel mio caso non è stato fatto).
Alla fine gli appuntamenti mi sono stati fissati a distanza di sei mesi! [Ad essere precisi: 179 giorni], intervallo di tempo più che sufficiente perché un paziente possa non averne, definitivamente, più bisogno.

La nostra USL funziona così, dunque? Tanti sorrisi a favore di telecamera quando si vanno a tagliare i nastri di inaugurazione per l'apertura di servizi di analisi (che si appoggiano non su stanziamenti statali, ma sulla raccolta delle elemosine che si fanno a enti di volontariato e i politici invece di sorridere dovrebbero arrossire di vergogna o avere il buon gusto di privarci del loro presenzialismo), e poi sei mesi di attesa?

Impotente contro la burocrazia di cui siamo servi e vittime, ho cominciato a fare qualche altra telefonata: chi meglio di me può occuparsi della mia salute? e ho scoperto che gli stessi esami li poteva effettuare l'Ospedale di Massa Marittima, a poco più di cinquanta giorni di distanza dalla richiesta di prenotazione.
Ho seguito questa strada: la settimana scorsa in due ore ho fatto tutto quanto dovevo, con la promessa che, di lì a dieci giorni, avrei avuto anche la risposta di un esame strumentale, esame a cui ero stato già sottoposto con urgenza tempo fa presso l'ospedale di Siena e per il cui risultato di giorni ne avevo dovuti attendere ventotto.

Poco più di un'ora dopo il mio rientro a Siena mi arriva una telefonata sul cellulare: preoccupata dai risultati, la dottoressa che aveva in carico l'interpretazione e l'analisi dei dati strumentali dell'apparecchiatura elettronica mi ha comunicato il suo referto (allarmandomi davvero oltre ogni misura) e lo ha messo immediatamente a disposizione per il ritiro (ritiro avvenuto poco dopo e refertazione che ho ricevuto a stretto giro, via email).

La mia salute è compromessa, un grosso rischio incombe sulla mia testa e sto cercando un qualche rimedio, se ne esiste. Se avessi dovuto attendere i sei mesi canonici dalla prenotazione del CUP presso l'ospedale di Siena e il mese di attesa per il referto dell'esame strumentale???

State sani, se potete!

domenica 4 dicembre 2016

4 Dicembre 2016 - Santa Barbara


Santa Barbara


Boccheggiano. Interno di una galleria della miniera: minatore al lavoro. (23/01/1967)

[Ufficio fotografico Montecatini Via: LombardiaBeniCulturali.]

mercoledì 3 giugno 2015

Garibaldi NON è stato qui

Ogni tanto, come è successo proprio in questi giorni, vedo arrivare nuovi lettori su un vecchio post dedicato a Garibaldi: per la precisione, un post sulla fuga di Garibaldi che, dopo la caduta delle Repubblica Romana e prima di navigare per la  Liguria e poi verso le Americhe, attraversa tutta la Toscana, da Prato alla piana di Scarlino e a Cala Martina.

Ieri pomeriggio ero a Follonica, dove l'Amministrazione Comunale ha eretto, otto anni fa, un monumento/lapide per ricordare la partenza dell'Eroe dei Due Mondi dalle placide acque del golfo.

Ora, che chiunque sia venuto in contatto con Garibaldi abbia sentito la necessità di farlo sapere, con piccoli musei o lapidi su facciate di vecchie case, lo posso capire e lo apprezzo.
Che a Massa Marittima agli inizi del 1900 un busto dell'eroe fosse messo proprio in piazza del Duomo, con le spalle sdegnosamente rivolte all'edificio sacro, mi sembra un segno di quei tempi in cui i repubblicani mangiapreti non perdevano occasione per mettersi contro il clero.

Massa Marittima: il monumento a Garibaldi nella sua collocazione originaria.

Ma che si arrivi addirittura a fare un monumento a Garibaldi in un luogo dove non è mai stato, e soprattutto senza neppure citare nella scritta che la partenza del Generale avvenne dalla poco lontana Cala Martina (che non è nel territorio del comune di Follonica ma in quello, confinante, di Scarlino), be', mi è sempre sembrato ridicolo: è una lapide, insomma, per ricordare che "Garibaldi NON È MAI stato qui"?


GIUSEPPE GARIBALDI
DA QUESTO GOLFO, CADUTA LA REPUBBLICA ROMANA, TRANSFUGA AIUTATO DAI GARIBALDINI DELL'ALTA MAREMMA TROVÒ LA VIA DELLA LIBERTÀ
1849-2007

martedì 20 maggio 2014

San Bernardino

Bernardino degli Albizzeschi 
(Massa Marittima, 8 settembre 1380 – L'Aquila, 20 maggio 1444)
dipinto di Juraj Culinovic.

Non so se e come verrà festeggiato il Santo, in questo 570° anniversario della sua morte. Certo può sembrare strano che proprio un ateo come me gli dedichi la sua attenzione, e non è la prima volta. Sarà forse perché i miei genitori, e i miei nonni, e i miei bisnonni, sono anche loro nati lì dove nacque lui? Sarà perché la lingua, che le sue prediche ci hanno tramandato, è così simile a quella che ho sentito parlare da piccino? 

Non lo so. Sta di fatto che, qualche anno fa, ho scritto anche un raccontino che riguarda Bernardino.
Se vi va di leggerlo, si intitola: "Il nonno",  QUESTO LINK apre il PDF.


venerdì 25 aprile 2014

25 Aprile, la liberazione


Vi ripropongo, per l'occasione, un racconto pubblicato qualche tempo fa per ricordare il 25 Aprile: lo potete scaricare QUI.

domenica 12 gennaio 2014

Siena: Piazza, bella Piazza

Sano di Pietro: San Bernardino predica in  piazza il Campo (1445 ca)


Sano di Pietro: San Bernardino predica in piazza il Campo (1445 ca)
[Image credits: Varios de Maripili]
Un'immagine più grande su Wikimedia.

Potete scaricare gratuitamente il testo digitalizzato di:
"Novellette ed esempi morali di S. Bernardino" (tratto dal volume cartaceo a cura di A. Baldi, Lanciano, G. Carabba, 1916),
dal sito Scrivolo.


giovedì 22 settembre 2011

Racconti su Scrivolo

Si parla di Maremma, su Scrivolo, e di miniere, e di Massa Marittima, in un nuovo racconto a puntate.

Montacarichi a due gabbie per pozzo di miniera, da “Coltivazione delle Miniere ad uso degli allievi della R. Scuola Mineraria di Massa Marittima” dell’ing. G. Merlo.

martedì 19 aprile 2011

Massa Marittima, La Liberazione

Su Scrivolo riproponiamo, in formato PDF e con una copertina originale, un racconto pubblicato lo scorso anno per ricordare il 25 Aprile: lo potete scaricare QUI.

giovedì 4 novembre 2010

4 Novembre 1918

Ancora qualche anno e saremo al centenario dello scoppio della Grande Guerra, lontani quanto basta per dimenticarcene definitivamente. Gli autori, gli attori, le comparse di scena e le loro famiglie sono tutti morti; qualche parente tiene ancora vivo con forza uno sbiadito ricordo (c'è, su Facebook, un gruppo de I nipoti dei Cavalieri di Vittorio Veneto).
Ma poi di questi anni recenti passeranno alla storia calciatori, veline e premier, purché boccacceschi, e i nostri vecchi saranno lontani come gli antichi romani o come gli uomini di Neanderthal, in un confuso passato che non importa più a nessuno e che non serve a niente.

Il fratello di mio nonno paterno. Mi piace pensare che la foto sia stata scattata durante una licenza dal fronte, nel podere dove erano mezzadri, a Massa Marittima.

lunedì 21 giugno 2010

Leggere San Bernardino

Non so quale possa essere, oggi, l'interesse per gli scritti di San Bernardino da Siena.
Forse perché vivo nella città che lo fece crescere e studiare, forse perché mi è affettivamente molto vicina Massa Marittima, città dove nacque, fatto sta che nei giorni scorsi mi sono letto le Novellette morali tratte dalle prediche che Bernardino di Tollo degli Albizzeschi fece in Piazza del Campo a Siena nell'estate del 1427.
Queste prediche furono scrupolosamente trascritte da un artigiano, un cimatore di panni, Benedetto di maestro Bartolomeo, che se ne andava in Piazza ad ascoltare il frate armato di tavolette di cera su cui, grazie ad un suo speciale sistema di stenografia, vergava velocemente parola per parola tutto quanto il sant'uomo diceva, per poi correre a casa e trascriverlo ad uso dei tanti fedeli estimatori che aveva il francescano.
E quell'italiano semplice, popolano, di seicento anni fa, complice forse la mia toscanità, è talmente vicino al parlare comune che non c'è difficoltà alcuna ad intenderlo e a leggerlo speditamente.

E' facile, leggendo questi raccontini, calarsi nella realtà medievale del periodo, fatta di fazioni, peccati e peccatori, uomini e donne del popolo, semplici e soggetti ad ogni possibile tentazione, della carne o della vanità o, peggio ancora, della faziosità.


Preso da questi scritti, che potete trovare in PDF sul sito di archive.com oppure riportati in testo qui su Scribd (se siete iscritti), mi sono lasciato prendere la mano e ho scritto un raccontino Il nonno che stamani compare su Scrivolo.

Per l'ambientazione storica mi sono basato su La storia di San Bernardino da Siena e del suo tempo del teologo prof. Felice Alessio (1899), testo che qualche curioso può trovare qui.
Tutte le prediche tenute nell'estate del 1427 (Le prediche volgari di San Bernardino da Siena) ebbero una famosa edizione a cura di Luciano Banchi nel 1884. Le trovate qui.

martedì 8 giugno 2010

Massa Marittima del Petrocchi

Sorge questa città sul pendio di un poggio bislungo, composto di travertino, da tre parti isolato, alle cui radici occidentali si allarga un vasto e fertile piano, frastagliato da piccoli colli e valli di dolce declivio, e che si riuniscono tutte in distanza per formare una grande pianura lambita dal mare.
Viste sorprendenti, varie e molteplici si presentano da questa città, la cui posizione dal Targioni Tozzetti fu assomigliata a quella dell'antica Fiesole.
Spingendo avanti lo sguardo, si scorgono i poggi di Gavorrano e di Scarlino, il golfo di Follonica, l'antico Porto Traiano dei Romani, poi lontana sull'orizzonte, mollemente adagiata nel mare, si disegna l'isola dell'Elba, e più vicino il golfo di Piombino col suo promontorio; quindi i monti di Campiglia e di Monterotondo, e quelli vicini di Montarsenti e del Romitorio al nord; di Gerfalco, di Montieri e di Prata ad est, e infine quelli di Tatti e Roccastrada, e più qua, più là paesi e castelli diruti, e piani e poggì verdeggianti per viti ed ulivi o per folte boscaglie.


A Massa Marittima ho trascorso le due o tre più noiose estati della mia vita da bambino.
Allontanato, di pochi chilometri, dalla cittadina di mare dove vivevo nel resto dell'anno, consumavo in una casa di vecchi zii, con l'unica presenza strettamente familiare di mia nonna, mattine, pomeriggi e serate senza le distrazioni tipiche di un bambino di otto o nove anni: non c'erano amichetti con cui giocare, né radio o televisione, né giornalini o giocattoli, solo degli adulti, che passavano la giornata a lavorare duramente in un terreno, disteso lungo una piaggia fuori le mura medievali, che sfruttavano sapientemente come orto e frutteto.
Ricordo solo, a rompere la monotonia di quei giorni, le passeggiate fatte nel pomeriggio o ancor più spesso nel fresco del dopocena, risalendo per certe stradine e scalette impervie, fin su in Città Vecchia o in Borgo e, qualche rara volta, in Poggio, a far visita alle famiglie dei numerosi fratelli e sorelle di mia nonna.

Il Petrocchi, che a Massa Marittima ha dedicato, un secolo e più fa, un volume di trattazione storica e artistica, dice dei massetani:

Il clima sano contribuisce a mantener laboriosa la sua popolazione, una popolazione onesta, leale, rifuggente dal furto e dal delitto di sangue, di potente spirito di associazione e di filantropia, e tutta cuore, di un cuore generoso che si accende di subito entusiasmo per ogni causa alta ed umana.
I rapporti fra le varie classi sono intimi, di una vera familiarità fratellevole, per quanto la maggioranza del popolo, di idee repubblicane, abbia un'indole piuttosto battagliera.


E ritrovo, in queste vecchie parole fuori moda, i caratteri della mia famiglia, dei miei genitori e dei miei nonni, che lì nacquero.

Per questo legame, lasco e lontano, che mi lega alla città, ho deciso, ripulendolo dalle imperfezioni della scannerizzazione messa on-line da archive.org, di pubblicare appunto il "Massa Marittima, Arte e Storia" del dr. Luigi Petrocchi, un volume che ancor oggi costituisce un riferimento importante per storici e studiosi dell'arte della cittadina grossetana.

domenica 26 agosto 2007

Morire in miniera

Non posso fare a meno di essere turbato quando in TV si vedono i volti neri, le occhiaie bianche e le facce impaurite dei minatori di una miniera dove è successo un incidente. In questi giorni li abbiamo visti in America, ma anche in China, dove di incidenti ne succedono spesso (almeno 4000 morti l'anno, la cifra ufficiale).
Le scene sono le stesse, cariche di tensione: i compagni di lavoro che tentano il salvataggio, con sistemi più o meno tecnologici; le famiglie che arrivano, in grande ansia, sul luogo; le mogli e le mamme che urlano disperate quando i primi corpi vengono portati fuori.
Tutta gente che per campare va sotto terra per quattrocento o cinquecento metri, con la speranza di uscire otto o dieci ore dopo e di tornare a casa evitando la morte che è dietro ogni 'volata', che sta in agguato in un 'fornello'.
Le ho vissute in famiglia, queste situazioni; quante volte ho intravisto la preoccupazione di mia mamma per il ritardo di un rientro, quante volte ho sentito io stesso, bimbetto, la notizia portata da qualche compagno di lavoro che 'in miniera c'è stato un incidente...'
Oggi ho saputo i particolari di una vicenda che riguarda la mia famiglia e che conoscevo appena; ero troppo piccolo quando è successo e in casa, per esorcizzare la morte, mio babbo non parlava mai di quello che succedeva giù, in miniera; non voleva accrescere le angosce di mia mamma e preoccupare noi piccoli.


Era il 1957 o forse il 1958. Mio babbo lavorava da poco in miniera, in quella di pirite di Boccheggiano. La domenica, per lui come per molti nella zona, lo svago era la caccia. Si alzava presto, prendeva la sua Lambretta, il fucile a tracolla, e per qualche ora dimenticava il buio, il caldo, il sudore, la polvere, la paura.
Anche quella domenica era uscito prestissimo; da Follonica doveva andare a Massa Marittima, da suo fratello: sarebbero andati a caccia insieme.
Arrivato a casa di mio zio, lo trovò in grandissima agitazione: era appena arrivata la notizia che in miniera, a Niccioleta, c'era stata una frana: nella galleria c'era il loro cugino, un ragazzo di trentatré anni, con una moglie e un figlio piccolo di quattro o cinque anni.
Mio babbo e suo cugino erano vissuti insieme, erano ragazzetti negli anni del passaggio della guerra; mio babbo biondo, suo cugino, moro, erano bei ragazzi ed erano inseparabili. Mio zio, più grande, militare, era in campo di prigionia in Inghilterra; il legame tra i due quasi coetanei si era stretto e si erano affezionati come fratelli; la mamma del cugino aveva fatto quasi da mamma a mio babbo, che era rimasto orfano a quattro anni.
Mio zio andò di corsa ad avvertire la moglie del cugino, mio babbo continuò subito in moto verso la miniera di Niccioleta. Sul piazzale della miniera le scene già dette; le squadre di soccorso erano già scese e risalite; non c'era stato niente da fare, sicuramente il loro compagno era già morto, la frana era grossa, la galleria pericolante; ormai non si poteva più fare niente.
Mio babbo voleva scendere anche lui, laggiù in fondo, dal cugino; lo trattennero a forza.
Almeno ridare il corpo alla moglie, al figlio, invece di lasciarlo marcire, laggiù...
A un certo punto però riuscì a scappare a chi lo teneva, entrò nella gabbia, scese, forse c'era qualcun altro con lui, per farsi dire dove andare. Trovata la frana, si mise a scavare con una pala, poi con le mani, disperatamente; riuscì a trovare il cadavere del cugino e lo trascinò, coperto di terra, per un tratto di galleria; da sù ad un certo momento sentirono un gran boato: la galleria che crollava completamente. Mio babbo però ce l'aveva appena fatta a trascinarsi dietro un riparo. Portò il cugino fino alla 'gabbia', poi tornano su. Così ci fu almeno un corpo su cui piangere, una tomba da visitare.

Mia mamma raccontava tutto questo, senza un filo di emozione nella voce, stamani, cinquant'anni dopo; io avevo un groppo alla gola: ho ricordato la foto che è stata a lungo sul canterano in camera dei miei: e no, non era la foto del loro matrimonio, né quella dei figli; era la foto a colori, di un ragazzo giovane, moro, che sorride, sicuro di sé, mentre tiene per mano un bimbetto, imbronciato, di quattro o cinque anni.