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giovedì 4 dicembre 2025

4 Dicembre 2025 - Santa Barbara

Un santino ungherese di Santa Barbara. Inizi '900. (da ebay)

 


La "gita" dei minatori che rienta a Prata dalla miniera di pirite di Niccioleta

su un autobus FIAT  642 rn carrozzato Romanazzi, della ditta Medoli (1956?)

 

 

lunedì 4 dicembre 2023

4 Dicembre 2023 - Santa Barbara

 Giorgio Vasari (cerchia), Santa Barbara, Galleria dell'Accademia (FI), olio su tavola.


Il pranzo del minatore, miniera di Niccioleta, primi anni '70. Nel 'caldaino', conservato nella 'panierina', il primo e il secondo. E nella panierina anche il vino, il pane, il sale, le posate...

I topi, dove c'erano, riuscivano a penetrare nelle panierine (di cartone pressato?) e allora se ne doveva usare una di lamiera zincata.


martedì 14 giugno 2022

La strage della Niccioleta


Le case di Niccioleta sono sparse su una collinetta posta di fianco alla strada che da Massa Marittima conduce a Castelnuovo Val di Cecina. Nel 1944 le carte topografiche non registravano il nome di questo villaggio sorto da pochi anni intorno alla miniera di pirite. Niccioleta allora era abitata da centocinquanta famiglie di minatori, oltre che dal personale direttivo della miniera.
[...]
Ai primi di giugno, la ritirata tedesca era in pieno corso sulle strade della Maremma; il fascismo repubblichino era in sfacelo. Il presidio fascista di Massa tagliò la corda la notte del 9. Quello stesso giorno una squadra di partigiani era entrata in Niccioleta. Disarmati i carabinieri, che vennero invitati ad allontanarsi, i partigiani accompagnati da elementi del luogo fecero il giro delle case dei fascisti, sequestrando anche a loro le armi. Agli uomini fu ingiunto di non uscire di casa.
[...]
Fin dal giorno 10, il CLN aveva istituito un servizio armato di avvistamento e di vigilanza, col pieno consenso del direttore della miniera. Si sapeva che i tedeschi lasciavano indietro gruppi di guastatori, con l’incarico di distruggere gli impianti industriali; e i minatori di Niccioleta erano decisi a salvare la miniera. Purtroppo questo sistema di sicurezza non funzionò, quando all’alba del 13 le SS comparvero a piedi sotto Niccioleta. Le sentinelle (una delle quali era per l’appunto il figlio del direttore Mori Ubaldini) non poterono far altro che darsi alla fuga. A loro volta i membri del comitato, che sedevano in permanenza nella caserma dei carabinieri, ebbero appena il tempo di nascondere le armi nel rifugio antiaereo. Vi nascosero anche gli elenchi dei turni di guardia, mentre avrebbero fatto bene a distruggerli.
Il paese si risvegliò bruscamente al rumore degli spari, delle voci rauche dei tedeschi (tedeschi erano il comandante, un tenente, e i sottufficiali; mentre i militi erano tutti italiani). Gli uomini furono fatti uscire dalle case, alle donne e ai ragazzi venne invece ingiunto di non uscire, e anzi di sprangare le finestre. Centocinquanta minatori si trovarono così ammassati nello spiazzo davanti al dopolavoro, e poi dentro il rifugio antiaereo. Naturalmente ai fascisti venne riservato un diverso trattamento; e se qualcuno fu dapprima incolonnato con gli altri, si provvide poi a liberarlo. Calabrò, Nucciotti, Bellini si erano subito uniti ai militi e li accompagnavano in giro. Gli elenchi delle guardie armate furono rinvenuti nel rifugio antiaereo insieme alle armi. Anche i dirigenti della miniera vennero prelevati e messi a disposizione del tenente tedesco. L’ingegnere Boeklin ebbe il compito di fare l’interprete. Ultimato il rastrellamento, il tenente si installò nella caserma dei carabinieri e procedette all’interrogatorio di alcuni minatori, che gli erano stati indicati come i capi del movimento antifascista. Alle dieci Sargentoni Ettore coi figli Ado e Alizzardo, Bruno Barabissi, Antimo Ghigi e Rinaldo Baffetti furono fucilati in una fossa che gira intorno all’edificio dello spaccio aziendale. Una donna che abitava lì davanti poté vedere la scena: «Vidi per primi Baffetti e Barabissi uscire dalla sede del dopolavoro a braccetto e avviarsi nello stretto corridoio che porta dietro al forno, seguiti da un milite armato. Appena essi furono dietro il forno sentii sparare dei colpi. La seconda coppia fu il Sargentoni Ettore e Ado sempre a braccetto e seguiti da un altro milite, ed entrati nel recinto udii altri colpi; per ultimi vidi venire Sargentoni Alizzardo e Ghigi con la stessa scena degli altri. Prima di arrivare dietro il forno, nello stretto corridoio il Sargentoni Alizzardo cadde a terra battendo la testa in uno spigolo. Il milite che lo accompagnava lo alzò prendendolo per un braccio e lo colpì alla testa col calcio del moschetto, spingendolo poi dietro il forno. Sul muro, dietro il forno, vi era una mitragliatrice coperta con delle frasche e intorno a essa dei militi, accanto vi era una damigiana di vino e durante tutto il tempo i militi riempivano un fiasco di vino e bevevano».
A mezzogiorno si permise alle donne di portare da mangiare agli uomini, che si trovavano sempre nell’interno del rifugio.
Fu solo verso sera che il tenente tedesco prese una decisione: i minatori furono fatti uscire dal rifugio e avviati a piedi verso Castelnuovo. Dopo alcuni chilometri arrivarono dei camion, e con quelli i prigionieri vennero portati a Castelnuovo e rinchiusi nella sala del cinematografo. Anche i dirigenti della miniera e i fascisti (questi ultimi con le famiglie e le masserizie) furono condotti a Castelnuovo e alloggiati nella caserma dei carabinieri. Durante l’intera giornata del 14, per le strade di Castelnuovo si ripeté il sinistro via vai del giorno prima. Come a Niccioleta, anche a Castelnuovo i fascisti accompagnavano le pattuglie dei militi, che facevano la spola tra il comando tedesco e il cinematografo dove erano rinchiusi i minatori. Sembra che il tenente aspettasse il comandante del battaglione, il quale non era in sede; ma poi finì con l’agire di propria iniziativa. I minatori furono divisi in tre gruppi. Il primo, composto di 79 uomini, era destinato allo sterminio. Il secondo, di 21, alla deportazione in Germania. Il terzo, di 50, comprendeva gli uomini più anziani, che avrebbero dovuto essere rilasciati. I 79 erano stati scelti in base ai nomi contenuti negli elenchi delle guardie armate. Quando non si era trovato il figlio, era stato incluso tra i condannati a morte il padre, e viceversa. I fascisti ebbero però la facoltà di rimaneggiare la lista, includendo o togliendo chi loro parve meglio. In particolare Calabrò, che i tedeschi chiamavano «il vecchio fascista», fu autorizzato dal tenente a liberare sei uomini. Egli ne liberò due, e così i 79 divennero 77. Poi finse di volerne liberare un terzo e chiamò fuori dalle file Eugenio Cicaloni. Cicaloni si fece avanti e Calabrò disse al tenente: «Questo avere sputato in faccia a mia moglie e a mia figlia». Il tenente con uno spintone lo rispedì in fila.
Al tramonto, i 77 furono condotti in una specie di dolina, in prossimità della centrale elettrica, e a gruppi di quindici falciati con le mitragliatrici. Le mitragliatrici erano manovrate dai militi italiani. Nella caserma dei carabinieri, udendo la sparatoria, la moglie del fascista Soppelsa non resse e si mise a piangere. Nucciotti la vide e disse: «Io non faccio una lacrima, questa volta l’hanno preso in culo loro!»
[...]


L. Bianciardi, C. Cassola, I minatori della Maremma [1956], ristampato poi anche da StradeBianche/StampaAlternativa, Pitigliano, 2010 e pubblicato in forma NO COPYRIGHT; il file è scaricabile gratuitamente come PDF da QUESTA PAGINA

[Immagine: Copertina della prima edizione realizzata dal pittore grossetano Bruno Dominici] 

Nota: i riferimenti sono tutti a luoghi reali, fatti accaduti e persone esistite. Vedi anche: Strage di Niccioleta e I minatori della Maremma.

 

martedì 4 dicembre 2007

4 Dicembre 2007 - Santa Barbara

Ci sono santi che sono oggetto di particolare devozione pur essendo molto dubbia la loro esistenza storica. E' il caso di Santa Barbara, che si festeggia oggi.
La leggenda della sua vita è ambientata tra la seconda metà del III secolo e l'inizio del IV: una giovane, colta e bella, viene rinchiusa dal padre, pagano, in una torre per proteggerla dalle tentazioni del mondo.
Al rientro di un viaggio il padre scopre che la figlia si è convertita al cristianesimo e allora la perseguita, la espone nuda al ludibrio della gente e fa in modo che venga condannata a morte per aver ripudiato gli dei aviti.
Rientrando a casa dall'esecuzione, compiuta con le sue stesse mani, il padre assassino viene colpito da un fulmine che lo uccide all'istante.
Presunti resti mortali della Santa si troverebbero a Venezia, Roma, Il Cairo, Piacenza, Rieti. Santa Barbara è venerata in oriente(dove probabilmente è nata la leggenda) come in occidente.

Santa Barbara viene invocata come aiuto contro una morte cattiva e improvvisa, come quella che raggiunse il padre, lontano dalla luce di Dio. Ecco allora che col tempo il collegamento tra la Santa e il fulmine la fa invocare per proteggere dai temporali e quando c'è pericolo d'incendio.
Quando fu scoperta la polvere da sparo (che unisce i pericoli del lampo e del fuoco) la santa divenne la patrona dei lanzichenecchi e, poi, degli artiglieri.
Per lo stesso motivo divenne anche la santa protrettrice dei minatori e dei vigili del fuoco.

Quando ero bambino il 4 dicembre in casa nostra c'era una piccola festa: mamma e nonna cucinavano un pranzo particolare, dove non potevano mancare tortelli maremmani e dolci: la festa era in onore della Santa ma era soprattutto per mio babbo, che lavorava in miniera.
Mamma era preoccupata, tutti i santi giorni, di quello che poteva succedere laggiù, in fondo a qualche galleria: babbo faceva il più rischioso dei lavori dei minatori, era all' 'avanzamento', doveva cioè scavare, nel granito, le gallerie che portavano alle vene di pirite, il minerale ferroso molto richiesto al tempo dalle industrie italiane.
E la paura si cercava di dimenticarla anche con un buon pranzo.
Mio babbo non parlava mai davanti a noi bambini del suo lavoro o di quello che gli succedeva; qualche volta aveva avuto degli incidenti, anche gravi, però in casa la sua regola era: non creare preoccupazioni.

Per le famiglie dei minatori, oltre al pranzo casalingo, c'erano in questa data altre manifestazioni; ma anche se agli ingressi delle miniere di Boccheggiano, Gavorrano, Niccioleta c'erano feste, premiazioni, rinfreschi, la nostra famiglia non vi ha mai partecipato.
Nel villaggio minerario di Niccioleta, poco lontano da Massa Marittima, ad esempio, questa era anche una giornata di vacanza da scuola; la mattina iniziava con un minatore, incaricato dalla Montecatini (che gestiva le miniere nelle Colline Metallifere), che faceva scoppiare, per festeggiare, alcune cariche esplosive vicino allo stadio; c'erano poi le premiazioni degli anziani dipendenti della miniera, un rinfresco, regali per i bambini e, al pomeriggio, cinema gratis per tutti.
Nella chiesa del paese (ma chi ci ha vissuto continua a chiamarlo 'villaggio'), dove le vetrate splendevano dell'immagine della Santa e della sua torre, le donne intonavano canti che impetravano la mano salvifica della Santa sui loro uomini: "Proteggi Santa Barbara / i nostri minatori / salvali dai pericoli ..."

domenica 26 agosto 2007

Morire in miniera

Non posso fare a meno di essere turbato quando in TV si vedono i volti neri, le occhiaie bianche e le facce impaurite dei minatori di una miniera dove è successo un incidente. In questi giorni li abbiamo visti in America, ma anche in China, dove di incidenti ne succedono spesso (almeno 4000 morti l'anno, la cifra ufficiale).
Le scene sono le stesse, cariche di tensione: i compagni di lavoro che tentano il salvataggio, con sistemi più o meno tecnologici; le famiglie che arrivano, in grande ansia, sul luogo; le mogli e le mamme che urlano disperate quando i primi corpi vengono portati fuori.
Tutta gente che per campare va sotto terra per quattrocento o cinquecento metri, con la speranza di uscire otto o dieci ore dopo e di tornare a casa evitando la morte che è dietro ogni 'volata', che sta in agguato in un 'fornello'.
Le ho vissute in famiglia, queste situazioni; quante volte ho intravisto la preoccupazione di mia mamma per il ritardo di un rientro, quante volte ho sentito io stesso, bimbetto, la notizia portata da qualche compagno di lavoro che 'in miniera c'è stato un incidente...'
Oggi ho saputo i particolari di una vicenda che riguarda la mia famiglia e che conoscevo appena; ero troppo piccolo quando è successo e in casa, per esorcizzare la morte, mio babbo non parlava mai di quello che succedeva giù, in miniera; non voleva accrescere le angosce di mia mamma e preoccupare noi piccoli.


Era il 1957 o forse il 1958. Mio babbo lavorava da poco in miniera, in quella di pirite di Boccheggiano. La domenica, per lui come per molti nella zona, lo svago era la caccia. Si alzava presto, prendeva la sua Lambretta, il fucile a tracolla, e per qualche ora dimenticava il buio, il caldo, il sudore, la polvere, la paura.
Anche quella domenica era uscito prestissimo; da Follonica doveva andare a Massa Marittima, da suo fratello: sarebbero andati a caccia insieme.
Arrivato a casa di mio zio, lo trovò in grandissima agitazione: era appena arrivata la notizia che in miniera, a Niccioleta, c'era stata una frana: nella galleria c'era il loro cugino, un ragazzo di trentatré anni, con una moglie e un figlio piccolo di quattro o cinque anni.
Mio babbo e suo cugino erano vissuti insieme, erano ragazzetti negli anni del passaggio della guerra; mio babbo biondo, suo cugino, moro, erano bei ragazzi ed erano inseparabili. Mio zio, più grande, militare, era in campo di prigionia in Inghilterra; il legame tra i due quasi coetanei si era stretto e si erano affezionati come fratelli; la mamma del cugino aveva fatto quasi da mamma a mio babbo, che era rimasto orfano a quattro anni.
Mio zio andò di corsa ad avvertire la moglie del cugino, mio babbo continuò subito in moto verso la miniera di Niccioleta. Sul piazzale della miniera le scene già dette; le squadre di soccorso erano già scese e risalite; non c'era stato niente da fare, sicuramente il loro compagno era già morto, la frana era grossa, la galleria pericolante; ormai non si poteva più fare niente.
Mio babbo voleva scendere anche lui, laggiù in fondo, dal cugino; lo trattennero a forza.
Almeno ridare il corpo alla moglie, al figlio, invece di lasciarlo marcire, laggiù...
A un certo punto però riuscì a scappare a chi lo teneva, entrò nella gabbia, scese, forse c'era qualcun altro con lui, per farsi dire dove andare. Trovata la frana, si mise a scavare con una pala, poi con le mani, disperatamente; riuscì a trovare il cadavere del cugino e lo trascinò, coperto di terra, per un tratto di galleria; da sù ad un certo momento sentirono un gran boato: la galleria che crollava completamente. Mio babbo però ce l'aveva appena fatta a trascinarsi dietro un riparo. Portò il cugino fino alla 'gabbia', poi tornano su. Così ci fu almeno un corpo su cui piangere, una tomba da visitare.

Mia mamma raccontava tutto questo, senza un filo di emozione nella voce, stamani, cinquant'anni dopo; io avevo un groppo alla gola: ho ricordato la foto che è stata a lungo sul canterano in camera dei miei: e no, non era la foto del loro matrimonio, né quella dei figli; era la foto a colori, di un ragazzo giovane, moro, che sorride, sicuro di sé, mentre tiene per mano un bimbetto, imbronciato, di quattro o cinque anni.