Fante della Grande Guerra
Incisione di Giulio Cisari per la copertina del libro: Un italiano, Esame di coscienza 1914-1925.
Incisione di Giulio Cisari per la copertina del libro: Un italiano, Esame di coscienza 1914-1925.
Anche mio nonno paterno c'era, tra i fanti del Regio Esercito e ce la fece anche a tornare a casa sano e salvo; molti suoi concittadini rimasero invece a imputridire nelle trincee del Carso.
Di
lui ho ancora una foto dell'epoca, curiosamente scattata a Siena
(Fotografia Fusai, Fonte del Casato, 2 - c'è stampigliato sul retro). La
guardo e non vedo in lui né segni di me, né il viso da vecchio che gli
ho conosciuto (oggi avrebbe 136 anni). Se l'è fatta tutta, la Guerra,
dallo scoppio alla fine; ha lasciato la famiglia, è andato ad ammazzare
nemici (ma anche a cercare di non ammazzarli: succedevano strane cose,
nelle trincee, da entrambe le parti) poi è tornato alle mucche, ai buoi e
ai campi di grano, sulle colline della Maremma.
La medaglia di Cavaliere di Vittorio Veneto di mio nonno paterno. Il premio per essere tornato vivo dalla guerra...
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| SEMPER IMMOTA FIDES |
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| BRIGATA VENEZIA / 83-84 FANTERIA |
La medaglietta di mio nonno paterno, la sua Brigata durante la Grande Guerra.
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| La medaglia di Cavaliere di Vittorio Veneto di mio nonno paterno |
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| Fante della Prima Guerra Mondiale |
CIVIDALE, 23 ottobre 1917.
Sera
Agitazione sempre crescente al Comando. Siamo qui in tre che non ripariamo a ricevere e mandar via telegrammi, fonogrammi.... Ogni tanto il Capo di Stato Maggiore, il Sottocapo entrano per leggere il non ancora interamente decifrato, per correggere ordini da trasmettersi; poi escono in furia. Altri ufficiali scendono e salgono le scale di corsa; arrivano e se ne vanno pezzi grossi. Nel cortile e nel giardino trepidano le automobili, scoppiano i motori dei syde-cars; la strada trema per il rotolio dei camions a precipizio....
Il generale Montuori, non mi è ancora riuscito di vederlo. Il generale Capello ha telegrafato da Padova che, sentendosi meglio in salute, è pronto a riprendere il comando.
Ore appassionate d'intensa vita.
L'attacco è cominciato all'ora precisa prevista, nel punto e nel modo stabiliti nell'ordine di operazione che conosciamo. Si aspettano con ansia i primi rapporti dei comandanti in linea. Tutti siamo su, intenti al lavoro.
Il generale Capello è qui al Comando, si dice, ma nessuno sa nulla di preciso. Impossibile parlare con chicchessia, tanto è il daffare e l'agitazione di ognuno.
Ore 4.
Decifriamo i primi fonogrammi. Sorpresa dolorosa per le notizie che arrivano. Le nostre linee sono state arretrate davanti a Tolmino. Il nemico attacca da tutte le parti; avanza nella valle di Caporetto; cala dalla parte di Saga.
L’ansia, l’angoscia di tutti qui, è terribile, sebbene dissimulata. Nelle facce pallide dei superiori, che s'intravedono mentre corrono da una stanza all'altra, danno ordini, spiccano ufficiali, ciclisti verso le linee, si legge l’inquietudine, il tormento dello spirito. Lorenzoni, il capitano Settimanni, i tenenti Onofri ed io, ritti in mezzo alla stanza, ci guardiamo in faccia senza osare di comunicarci i nostri pensieri. Consultiamo in silenzio le carte appese ai muri....
È possibile?
Si sente che altre notizie ci sono nascoste, sebbene i dispacci che decifriamo con rabbiosa impazienza ne portino ad ogni istante delle più gravi.
Altre linee sono state abbandonate. Arriva il capitano Ajraghi comandante del Quartier generale e ci ripete alcune voci che circolano nel comando, in paese....
— Che disastro! Che disastro!...
Ma i nostri, i nostri, cosa fanno? Dopo il bombardamento nemico non si ode quasi più un colpo di cannone. Eppure si dice che le fortificazioni arretrate in quel punto siano formidabili, imprendibili.
Abbiamo trasmesso ordini tremendi di resistenza sulla linea Monte Mia — Matajur — Monte Cucco — Kolovrat — Santa Lucia.
— Restare su questa linea fino alla morte. Punire senza pietà ogni debolezza nella difesa, qualunque segno d'indisciplina.
Le truppe nemiche sono entrate in Caporetto. I nostri resistono ancora sui monti. Ma le notizie si fanno più rare. Si vive come in un buio pieno di minacce.
Si spera in una forte resistenza alla stretta di Saga. Qualcuno dice però che è già stata forzata.
Che cosa avviene? Non si capisce più.... E questo silenzio, lassù!...
Col viso disfatto, gli occhi annebbiati dallo sforzo sui cifrari, guardiamo come intontiti la gente che seguita ad andare e venire.
24 ottobre.
All'alba, sono andato in camera mia per riposarmi un'ora. Dormiveglia tormentoso dopo l’atroce notte. L'atroce notte! Che cosa è mai successo?
[...]
Non ho il coraggio d'interrogare il Sottocapo o il generale Egidi, nero in viso e agitato. Ma capisco che qui avviene qualcosa di tremendo.
Si parla della perdita del Matajur, dello sfacelo della linea; ma le notizie sono ormai confuse e contraddittorie. Non si sa più che pensare.
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| Impiccagione di Cesare Battisti, 12 Luglio 1916 - Un clic sull'immagine per ingrandire |
Nei passati due giorni molto mi turbò la fine del tenente Battisti che io avevo conosciuto a Milano di vista, nella primavera del 1915, e in Valcamonica, non ricordo se a Edolo, o a Montozzo, di persona.- Con la mente ho rivisto la sua tortura in prigionia, la nefanda vendetta: è forse questa una delle scosse morali più forti provate da che son qui. La rettorica nostra scacazza i giornali, "Corriere" compreso, sul conto suo. Ma sta di fatto che è una grande vergogna l'averlo lasciato vivo in mano ai nemici.- Non diciamo "meglio così" a spese del martire impiccato: diciamo che la nostra viltà si è rivelata una volta di più, perché il capitano, il comandante di compagnia non viene preso dal nemico se i suoi si comportano bene, salvo circostanze eccezionalissime.
Se queste mie memorie saranno lette in futuro, chi leggerà sappia che la discordia nelle file del nostro esercito, nella compagine della nostra vita nazionale è novanta volte su cento il frutto di imbecillità e di frivolezze […] e peggio. La nostra anima stupida, porca, cagna, bastarda, superficiale, asinesca tiene per dignità personale il dire: «io faccio quello che voglio, non ho padroni.» — Questo si chiama fierezza, libertà, dignità. Quando i superiori ti dicono di tosarti perché i pidocchi non ti popolino testa e corpo, tu, italiano ladro, dici: «io non mi toso, sono un uomo libero.» Quando un generale passa in prima linea, come passò Bloise, e si lamenta con ragione delle merde sparse dovunque, tu, italiano escremento, dici che il generale si occupa di merde: (frase da me udita sulle labbra d’un ufficiale). Se il generale se ne sta a casa sua, dici che è un imboscato, ecc. Abbasso la libertà, abbasso la fierezza, intese in questo senso. Non conosco nulla di più triviale che questi sentimenti da parrucchiere.