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martedì 31 maggio 2016

La Crusca, la COOP e l'Italiano

Che la prestigiosa Accademia della Crusca sia stata costretta a chiedere aiuto a Unicoop Firenze è cosa che, per me, dice abbastanza di quanto il Ministro con la Barba si occupi della Cultura in Italia. Vedi anche QUI.

Nel numero di Maggio dell'Informatore, mensile di attualità su consumi, cultura, territorio, tempo libero per i soci di Unicoop Firenze, c'è un articoletto, a pagina 7, che parla di una iniziativa fatta per rivivere le cene alla maniera dei Cruscanti del XVII secolo e raccogliere fondi per l’Accademia della Crusca, incontri organizzati da Unicoop Firenze e dalla Crusca stessa, insieme agli allievi di 9 istituti alberghieri toscani, alla scoperta di antiche ricette e di antiche e nuove parole dell’italiano a tavola, con l’intervento di ricercatori e membri dell’Accademia.


L'articoletto è intitolato "Stravizzi per tutti".
Un lettore comune, mancando una spiegazione che io avrei messo in un'opportuna nota, potrebbe gridare allo scandalo: il plurale di stravizio si scrive con una z sola, "stravizi".

Ma il lettore comune forse non sa che, secondo il Vocabolario degli Accademici della Crusca [1612]: merenda o «STRAVIZZO è il mangiare, che fanno insieme le conversazioni allegre» e quindi, con questa accezione, "stravizzi" è arcaico ma corretto.


domenica 3 gennaio 2016

Sottopancia imbarazzanti


Se il Vaticano ha rivolto i suoi strali verso la RAI per la bestemmia comparsa nel 'sottopancia' degli SMS di fine anno su RENZI-RAI 1, l'Accademia della Crusca dovrebbe scatenare una Guerra Santa contro TGCOM 24, dove poco fa compariva questa 'perla' di ignoranza:



il verbo è: RAZZIARE!

venerdì 23 ottobre 2015

La Crusca, l'Italiano e la COOP


La situazione economica e finanziaria dell'Accademia della Crusca è critica.

Già nel 2010 (!) gli Accademici della Crusca firmavano un appello pubblico denunciando
"le condizioni di assoluta precarietà economico-finanziaria dell’istituzione [...] e chiedono con forza al Governo che, con un atto normativo, sia finalmente assicurata all’Accademia della Crusca, per la sua unicità di ente di tutela, promozione e valorizzazione della lingua nazionale, una dotazione ordinaria in grado di consentirle un sicuro funzionamento e uno sviluppo delle attività adeguato ai propri fini statutari."

Se in Italia non ci fossero Lui e il Suo governo e avessimo un Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, con tanto di Ministro (con o senza barba), non ci sarebbe bisogno di una catena di supermercati, l'Unicoop Firenze, per finanziare l'emerita istituzione, fonte, arbitro, memoria, della Lingua italiana, con un fondo di centomila euro (che sono briciole, lo stipendio annuo di tre o quattro impiegati) e con altre iniziative atte a sostenere l'ente fiorentino.
Ma i soldi promessi, una manciata, da Roma non arrivano: d'altra parte un'istituzione culturale che economicamente non rende nulla per i politici del twitt e degli hashtag è assolutamente senza valore, no?

Come risolvere concretamente il problema, in assenza di uno Stato? Chiedere la carità di un aiuto.


venerdì 5 luglio 2013

Nespole!

Nespole

Da bambino, contrariamente a quanto capita abitualmente, non disdegnavo i frutti asprigni.
Quando avevo sette od otto anni aspettavo con impazienza di poter mangiare certe ciliegie bianche, sode e acidule, che nascevano su un grande albero nell'orticello del nonno; pur apprezzando le profumatissime e sanguigne susine Santa Rosa, la dorata Claudia o le piccole, povere e dolcissime Verdacchie, andavo  matto anche per le Nespole, non quelle stuccosamente dolci e mature ma quelle che avevano la buccia poco più che imbiondita.
Stamani, dalla finestra dello 'studio' di mia moglie ne ho colte, da un nespolo che è nel nostro piccolissimo giardino, due giomelle, come avrebbe detto mio nonno.
E giomella (o giumella) è:
"Sorta di misura, ed è tanto, quanto cape nel concavo d'ambe le mani per lo lungo accostate insieme", come riporta la 3^ edizione, quella del 1691, del Vocabolario della Crusca.

sabato 23 marzo 2013

L'eleganza del fare a miccino

Se mica è una briciola, una piccola quantità, immaginate cosa sia un miccino che della mica è un diminutivo!
Il vocabolario della Crusca, nella sua prima edizione del 1612, rimanda dalla voce miccino a quella micolino, che dice esserne addirittura un diminutivo. Si va in dosi omeopatiche, dunque.
La definizione riporta: Diciamo "Fare a miccino d'una cosa", che è consumarla a poco a poco, e con gran rispiarmo [sic].
Questo toscanismo non so quanto sia noto o ancora diffuso: per capirne l'uso che se ne fa (o se ne faceva):
"Fai a miccìno di quel salame, ché quand'è finito mangi il pane da solo!"


Anche i moccoli sono una modesta parte, di una candela: quello che ne rimane quando si è quasi tutta consumata.
Sempre il vocabolario della Crusca, nella sua prima edizione, definisce il moccolo come:  Candeletta sottile, della quale ne sia alquanto arsa.
Dove voglio arrivare?
In tempi duri l'orribile parola "risparmio" poco servirebbe a farci 'spendere' dei soldi in un porta-lapis, se non ci si prospettasse l'opportunità di utilizzare, fino in fondo, quei 'moccoli' che, quando diventati di dimensioni al limite dell'impugnabilità (più corti delle matite dell'IKEA, per capirsi) saremmo pronti a buttar via.
Mi ha colpito una vecchia pubblicità della Koh-I-Noor, 'ritagliata' forse da un numero di Punch di cui non ho un riferimento (fine '800, inizi '900), che riguarda proprio una sorta di 'porta moccolo' da usare come prolunga per i mozziconi di matite: all'indubbio risparmio aggiunge una certa eleganza di design per un oggetto d'uso quotidiano.


Questo tipo di strumento è meno raro di quanto si pensi; amante dei lapis per i miei normali usi di scrittura, ne ho da qualche decennio uno in argento, con tanto di vezzosa nappa.


Qualche anno fa mia moglie, che asseconda pericolosamente le mie fissazioni, me ne ha regalato un altro che se non è più elegante ha certamente alcune funzioni in più.
Oltre a poter essere usato come 'prolunga' di un lapis dalle dimensioni minime, questo oggetto può infatti servire da porta lapis (anche di normali dimensioni), inserendo la matita dalla parte della punta dentro il cappuccio che è dotato di clip per restare saldamente all'interno della tasca di una giacca; la parte superiore del cappuccio inoltre si può smontare, facendo uscire un comodo e funzionale appunta lapis di cui forniscono, alla bisogna, anche il ricambio.
Lo realizza l'antica fabbrica (ha un quarto di millennio di storia!) Faber-Castell e lo chiama: Perfect Pencil. QUI l'allungalapis in alluminio, QUI i modelli meno economici.



Aggiornamento dell'11/08/14:

Ho scoperto di avere, da anni, anche la versione più economica, quella in plastica, del Perfect Pencil.
Un oggettino da 10 euro, compresa la matita. Si chiama Castell 9000 Perfect Pencil.


domenica 28 agosto 2011

Barnaba Oriani, la Crusca e gli Intronati

Sono pignolo e insofferente per natura: se gli altri non fanno le cose come mi sembrano giuste mi irrito, anche per un nonnulla.
Prendete ad esempio ieri sera.

Stavo cercando un libro su un famoso astronomo vissuto tra il XVIII e il XIX secolo,
Barnaba Oriani, che, dopo esser stato ordinato sacerdote, entrò nell'ordine dei Barnabiti. (Barnaba, Barnabiti: il destino di un nome). Fu astronomo tra i più illustri, calcolò l'orbita di Urano appena scoperto, diresse la specola di Brera, rifiutando addirittura di assumere l'incarico, tecnicamente molto prestigioso, di direttore dell'erigendo osservatorio di Palermo (la nomina la ebbe poi padre Piazzi); suscitò la curiosità, l'attenzione e la benevolenza addirittura di Napoleone Bonaparte, mecenate di artisti e scienziati.
Ne volevo sapere un po' di più di questo personaggio a cui
Vincenzo Monti dedicò la Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca (in fronte al vol. II, par. II) [non riferisco a caso l'episodio, tutto si tiene...], ed ho cercato sul sito della biblioteca comunale di Siena la disponibilità del volume Un viaggio in Europa nel 1786. Diario di Barnaba Oriani astronomo milanese.
Diario di Barnaba OrianiImmagine dal sito dell'Osservatorio Astronomico di Brera.

Il risultato mi ha lasciato perplesso e infastidito, ed in triplice misura.

Primo
: La casella della colonna 'N. di Rec.' relativa al volume che cercavo era vuota; altre, con riferimenti non attinenti, indicavano il numero di record trovati. Dunque la ricerca non aveva dato risultati; perché, allora, non mettere un bello 0 (zero)? Lo so che ai programmatori piace tanto il campo NULL ma, come dico sempre durante i miei corsi: la prima regola dell'informatica è che la mancanza di informazione non è una informazione.


Secondo: Mi si dice che il libro, se ci fosse stato, sarebbe dovuto essere lì dove indicato. Ma visto che non c'è, che cosa si aggiunge a quanto già so?
Terzo
: Per essere precisi, la risposta è: [...avrebbe dovuto apparire qui]. Ora, leggere questa frase mi fa male alle orecchie: il verbo apparire non dovrebbe essere accompagnato dall'ausiliare essere, e quindi: [... sarebbe dovuto apparire qui]?


Troppo pigro per alzarmi e consultare la Grammatica del Serianni, cerco sul sito dell'Accademia della Crusca (ecco, ritorna la Crusca, vedete?) che sembra darmi ragione.
E' pur vero che l'Accademia ha sede a Firenze, storica nemica di Siena, ma è altrettanto vero che la biblioteca cittadina in cui stavo facendo la ricerca si chiama
Biblioteca degli Intronati (dove 'intronato', lo dico per chi non voglia andare a consultare il Devoto-Oli che ora vi cito, sta per: "Vittima di un profondo e persistente stordimento; part., corto di cervello, stupido, balordo").

L'emblema dell'Accademia degli Intronati, una zucca e quattro pestelli. In alto il motto, "Meliora latent", cioè "il meglio non si vede"...