martedì 1 luglio 2025
mercoledì 4 dicembre 2024
4 Dicembre 2024 - Santa Barbara
Simulacro argenteo di Santa Barbara, patrona della città di Paternò
lunedì 4 novembre 2024
4 Novembre 2024
Anche mio nonno paterno c'era, tra i fanti del Regio Esercito e ce la fece anche a tornare a casa sano e salvo; molti suoi concittadini rimasero invece a imputridire nelle trincee del Carso.
Di
lui ho ancora una foto dell'epoca, curiosamente scattata a Siena
(Fotografia Fusai, Fonte del Casato, 2 - c'è stampigliato sul retro). La
guardo e non vedo in lui né segni di me, né il viso da vecchio che gli
ho conosciuto (oggi avrebbe 136 anni). Se l'è fatta tutta, la Guerra,
dallo scoppio alla fine; ha lasciato la famiglia, è andato ad ammazzare
nemici (ma anche a cercare di non ammazzarli: succedevano strane cose,
nelle trincee, da entrambe le parti) poi è tornato alle mucche, ai buoi e
ai campi di grano, sulle colline della Maremma.
sabato 4 maggio 2024
Ribolla, 4 Maggio 1954
Noi, gente di Maremma, quel 4 Maggio del 1954 non riusciamo a dimenticarlo; quando se ne parla, anche oggi, a 70 anni di distanza, ci viene un groppo alla gola e gli occhi ci si fanno lucidi, come a me adesso.
Quel martedì a Ribolla, un paesino della Maremma vicino a Grosseto, nella miniera di lignite della Montecatini, a 256 metri di profondità, una galleria esplodeva a causa di una grande stagnazione di grisù. Fu una tragedia: 43 minatori morti.
Ricordo i fatti, con le parole di Luciano Bianciardi:
«Si seppe della sciagura la mattina del 4 Maggio: era stata verso le otto e trenta, un’esplosione al Camorra, un’esplosione spaventosa: avevano visto una gran nube di fumo uscire dalla bocca del pozzo, un boato sordo. (...)
«Le notizie che si diffusero subito erano vaghe e contraddittorie, ma la gravità del disastro fu subito chiara a tutti: le esperienze precedenti avevano insegnato che un’esplosione in una miniera di lignite, assume sempre proporzioni tragiche. Non è facile capire quel che è realmente successo. Una piccola folla di donne si accalca dinanzi al cancello dell’infermeria, ne esce un’auto con a bordo un uomo svenuto. Carabinieri, poliziotti, guardie giurate cercano di trattenere la gente che man mano cresce, preme.
«I primi morti uscirono dal Camorra verso le cinque del pomeriggio: l’opera di soccorso, o meglio, di raccolta delle vittime, continuò tutta la notte.
«La gente sta a guardare in silenzio (...). Quando suona il campanello dell’arganista il silenzio si fa ancora più grave, perché vuoi dire che arriva la «gabbia» (...). Una donna si mette a piangere (...). Un vecchio cammina avanti e indietro gridando solo una bestemmia, sempre quella. Fa: "Diolupo, diolupo, diolupo"...
«Rimasi quattro giorni nella piana di Montemassi, dallo scoppio fino ai funerali, e li vidi tirare su quarantatre morti, tanti fagotti dentro una coperta militare».
lunedì 4 dicembre 2023
4 Dicembre 2023 - Santa Barbara
Il pranzo del minatore, miniera di Niccioleta, primi anni '70. Nel 'caldaino', conservato nella 'panierina', il primo e il secondo. E nella panierina anche il vino, il pane, il sale, le posate...
I topi, dove c'erano, riuscivano a penetrare nelle panierine (di cartone pressato?) e allora se ne doveva usare una di lamiera zincata.
giovedì 2 febbraio 2023
Pubblicità progresso
Questo è il manifesto che, da ieri, caratterizza una campagna di educazione stradale che vuole, in maniera scherzosa, invitare gli automobilisti di Grosseto a non occupare, senza averne il diritto, gli stalli di posteggio riservati.
Avrei preferito che avessero usato bischero: fare bischerate è il fare sciocchezze, cose insensate, cose sbagliate.
Essere una fava invece è essere un baccellone, uno sciocco, uno stupido, un incapace, uno che non sa fare.
Sono ovviamente tutti riferimenti sessuali, ma bischero è diffuso (ce ne sono tanti, non solo in Maremma...) e quindi penso che la crudezza dell'accezione sia ormai molto depotenziata.
domenica 4 dicembre 2022
4 Dicembre 2022 - Santa Barbara
[Milano (MI), Centro per la cultura d'impresa, fondo Edison - Via: LombardiaBeniCulturali]
martedì 14 giugno 2022
La strage della Niccioleta
Le case di Niccioleta sono sparse su una collinetta posta di fianco alla strada che da Massa Marittima conduce a Castelnuovo Val di Cecina. Nel 1944 le carte topografiche non registravano il nome di questo villaggio sorto da pochi anni intorno alla miniera di pirite. Niccioleta allora era abitata da centocinquanta famiglie di minatori, oltre che dal personale direttivo della miniera.
[...]
Ai primi di giugno, la ritirata tedesca era in pieno corso sulle strade della Maremma; il fascismo repubblichino era in sfacelo. Il presidio fascista di Massa tagliò la corda la notte del 9. Quello stesso giorno una squadra di partigiani era entrata in Niccioleta. Disarmati i carabinieri, che vennero invitati ad allontanarsi, i partigiani accompagnati da elementi del luogo fecero il giro delle case dei fascisti, sequestrando anche a loro le armi. Agli uomini fu ingiunto di non uscire di casa.
[...]
Fin dal giorno 10, il CLN aveva istituito un servizio armato di avvistamento e di vigilanza, col pieno consenso del direttore della miniera. Si sapeva che i tedeschi lasciavano indietro gruppi di guastatori, con l’incarico di distruggere gli impianti industriali; e i minatori di Niccioleta erano decisi a salvare la miniera. Purtroppo questo sistema di sicurezza non funzionò, quando all’alba del 13 le SS comparvero a piedi sotto Niccioleta. Le sentinelle (una delle quali era per l’appunto il figlio del direttore Mori Ubaldini) non poterono far altro che darsi alla fuga. A loro volta i membri del comitato, che sedevano in permanenza nella caserma dei carabinieri, ebbero appena il tempo di nascondere le armi nel rifugio antiaereo. Vi nascosero anche gli elenchi dei turni di guardia, mentre avrebbero fatto bene a distruggerli.
Il paese si risvegliò bruscamente al rumore degli spari, delle voci rauche dei tedeschi (tedeschi erano il comandante, un tenente, e i sottufficiali; mentre i militi erano tutti italiani). Gli uomini furono fatti uscire dalle case, alle donne e ai ragazzi venne invece ingiunto di non uscire, e anzi di sprangare le finestre. Centocinquanta minatori si trovarono così ammassati nello spiazzo davanti al dopolavoro, e poi dentro il rifugio antiaereo. Naturalmente ai fascisti venne riservato un diverso trattamento; e se qualcuno fu dapprima incolonnato con gli altri, si provvide poi a liberarlo. Calabrò, Nucciotti, Bellini si erano subito uniti ai militi e li accompagnavano in giro. Gli elenchi delle guardie armate furono rinvenuti nel rifugio antiaereo insieme alle armi. Anche i dirigenti della miniera vennero prelevati e messi a disposizione del tenente tedesco. L’ingegnere Boeklin ebbe il compito di fare l’interprete. Ultimato il rastrellamento, il tenente si installò nella caserma dei carabinieri e procedette all’interrogatorio di alcuni minatori, che gli erano stati indicati come i capi del movimento antifascista. Alle dieci Sargentoni Ettore coi figli Ado e Alizzardo, Bruno Barabissi, Antimo Ghigi e Rinaldo Baffetti furono fucilati in una fossa che gira intorno all’edificio dello spaccio aziendale. Una donna che abitava lì davanti poté vedere la scena: «Vidi per primi Baffetti e Barabissi uscire dalla sede del dopolavoro a braccetto e avviarsi nello stretto corridoio che porta dietro al forno, seguiti da un milite armato. Appena essi furono dietro il forno sentii sparare dei colpi. La seconda coppia fu il Sargentoni Ettore e Ado sempre a braccetto e seguiti da un altro milite, ed entrati nel recinto udii altri colpi; per ultimi vidi venire Sargentoni Alizzardo e Ghigi con la stessa scena degli altri. Prima di arrivare dietro il forno, nello stretto corridoio il Sargentoni Alizzardo cadde a terra battendo la testa in uno spigolo. Il milite che lo accompagnava lo alzò prendendolo per un braccio e lo colpì alla testa col calcio del moschetto, spingendolo poi dietro il forno. Sul muro, dietro il forno, vi era una mitragliatrice coperta con delle frasche e intorno a essa dei militi, accanto vi era una damigiana di vino e durante tutto il tempo i militi riempivano un fiasco di vino e bevevano».
A mezzogiorno si permise alle donne di portare da mangiare agli uomini, che si trovavano sempre nell’interno del rifugio.
Fu solo verso sera che il tenente tedesco prese una decisione: i minatori furono fatti uscire dal rifugio e avviati a piedi verso Castelnuovo. Dopo alcuni chilometri arrivarono dei camion, e con quelli i prigionieri vennero portati a Castelnuovo e rinchiusi nella sala del cinematografo. Anche i dirigenti della miniera e i fascisti (questi ultimi con le famiglie e le masserizie) furono condotti a Castelnuovo e alloggiati nella caserma dei carabinieri. Durante l’intera giornata del 14, per le strade di Castelnuovo si ripeté il sinistro via vai del giorno prima. Come a Niccioleta, anche a Castelnuovo i fascisti accompagnavano le pattuglie dei militi, che facevano la spola tra il comando tedesco e il cinematografo dove erano rinchiusi i minatori. Sembra che il tenente aspettasse il comandante del battaglione, il quale non era in sede; ma poi finì con l’agire di propria iniziativa. I minatori furono divisi in tre gruppi. Il primo, composto di 79 uomini, era destinato allo sterminio. Il secondo, di 21, alla deportazione in Germania. Il terzo, di 50, comprendeva gli uomini più anziani, che avrebbero dovuto essere rilasciati. I 79 erano stati scelti in base ai nomi contenuti negli elenchi delle guardie armate. Quando non si era trovato il figlio, era stato incluso tra i condannati a morte il padre, e viceversa. I fascisti ebbero però la facoltà di rimaneggiare la lista, includendo o togliendo chi loro parve meglio. In particolare Calabrò, che i tedeschi chiamavano «il vecchio fascista», fu autorizzato dal tenente a liberare sei uomini. Egli ne liberò due, e così i 79 divennero 77. Poi finse di volerne liberare un terzo e chiamò fuori dalle file Eugenio Cicaloni. Cicaloni si fece avanti e Calabrò disse al tenente: «Questo avere sputato in faccia a mia moglie e a mia figlia». Il tenente con uno spintone lo rispedì in fila.
Al tramonto, i 77 furono condotti in una specie di dolina, in prossimità della centrale elettrica, e a gruppi di quindici falciati con le mitragliatrici. Le mitragliatrici erano manovrate dai militi italiani. Nella caserma dei carabinieri, udendo la sparatoria, la moglie del fascista Soppelsa non resse e si mise a piangere. Nucciotti la vide e disse: «Io non faccio una lacrima, questa volta l’hanno preso in culo loro!»
[...]
L. Bianciardi, C. Cassola, I minatori della Maremma [1956], ristampato poi anche da StradeBianche/StampaAlternativa, Pitigliano, 2010 e pubblicato in forma NO COPYRIGHT; il file è scaricabile gratuitamente come PDF da QUESTA PAGINA.
[Immagine: Copertina della prima edizione realizzata dal pittore grossetano Bruno Dominici]
Nota: i riferimenti sono tutti a luoghi reali, fatti accaduti e persone esistite. Vedi anche: Strage di Niccioleta e I minatori della Maremma.
domenica 1 maggio 2022
1° Maggio 2022
Questa
è una vecchia foto di famiglia; sul retro, a lapis, ancora leggibile,
la data: 1/5/47. La vita stava riprendendo e mio babbo, scanzonato, in
alto a sinistra, se la ride. Ancora un mese e avrebbe compiuto vent'anni.
La squadra dei maggerini è una di quelle di Massa Marittima.
Mio
nonno materno nella sua squadra era 'il poeta', quello che in ottava
rima sfidava gli avversari in un provocatorio gioco di improvvisazioni.
sabato 4 dicembre 2021
4 Dicembre 2021 - Santa Barbara
Santa Barbara
[Milano (MI), Centro per la cultura d'impresa, fondo Edison - Via: LombardiaBeniCulturali.]
lunedì 2 agosto 2021
MPS: mandati a pascolare
Il fatto è clamoroso ed è sotto gli occhi di tutti: il povero Arcidiacono Sallustio Bandini, col viso in fiamme per la rabbia, si è silenziosamente allontanato nottetempo dalla piazza Salimbeni di Siena, per rifugiarsi, vergognoso, in un poderino di quella desolata Maremma per cui egli tanto fece e la quale tanto restituì, per secoli e a quali interessi!, a Siena.
venerdì 4 dicembre 2020
4 Dicembre 2020 - Santa Barbara
Santa Barbara
Boccheggiano - Miniera di pirite - Interno - Perforazione
(23/01/1967) - Ufficio fotografico Montecatini / Montecatini Edison / Montedison
lunedì 29 giugno 2020
Parole sante
La riunione si sciolse, ma rimanemmo ancora a chiacchierare con gli insegnanti. Si lamentavano dello stipendio troppo scarso, dei programmi pesanti, degli alunni che non avevano voglia di far niente. «Creda a me», diceva il professor Benedetti, «oggi c’è troppa gente che va a scuola. Il guaio è tutto lì»..
L. Bianciardi, Il lavoro culturale [1957], I Bianciardini, Stampa Alternativa, Pavona, Iacobelli (s.d.)
mercoledì 4 dicembre 2019
4 Dicembre 2019 - Santa Barbara
martedì 4 dicembre 2018
4 Dicembre 2018 - Santa Barbara
lunedì 4 dicembre 2017
4 Dicembre 2017 - Santa Barbara
[Ufficio fotografico Montecatini Via: LombardiaBeniCulturali.]
domenica 4 dicembre 2016
4 Dicembre 2016 - Santa Barbara
lunedì 8 agosto 2016
Marcinelle, Belgio. 8 Agosto 1956
Sono figlio di un minatore: le storie di miniera fanno riaffiorare molti ricordi della mia infanzia; anche le sole 'commemorazioni' delle tante disgrazie, seppure lontane nel tempo e nello spazio dalla vita della mia famiglia, nella zona delle Colline Metallifere maremmane, hanno il potere di colpirmi emotivamente.
Nella miniera di carbone Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, sessanta anni fa accadeva un disastro terribile.
Riporto di seguito alcuni estratti dal libro di Paolo Di Stefano, La Catastròfa. Marcinelle 8 Agosto 1956, Palermo, Sellerio, 2011.
Verso le otto del mattino l’azzurro cominciò a oscurarsi, nuvole di fumo denso salivano dai pozzi del Bois du Cazier e le donne lasciarono le baracche, presero per mano i bambini ancora assonnati per precipitarsi al cancello della miniera con l’angoscia negli occhi, nel cuore, nelle gambe, nelle mani con cui tenevano le mani dei figli. Sotto i loro piedi le fiamme avevano già attaccato le porte e le armature di legno delle gallerie, ma questo per il momento potevano solo intuirlo. Non potevano sapere che a 975 metri due vagonetti (uno pieno di carbone e l’altro vuoto) male inseriti nell’ascensore in movimento avevano divelto due-tre metri più in alto le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione, scatenando il fuoco.
[...]
Marcinelle, Belgio, 8 agosto 1956, la Catastròfa (nell’espressione metà dialetto metà francese) è l’incendio scoppiato a 975 metri sottoterra in una miniera del distretto carbonifero di Charleroi. 262 morti, 136 immigrati italiani, caduti per un banale accidente ma uccisi soprattutto dall’imprevidenza premeditata, dalla mancanza di misure protettive e dalla disorganizzazione.
[...]
Dei 274 lavoratori saliti sulle gabbie per cominciare il turno del mattino nei vari livelli sotterranei, 262 (di cui 136 italiani) non ne sarebbero usciti vivi.
[...]
Non vedono, quel giorno, né mai vedranno, il Presidente del Consiglio Antonio Segni e il Capo dello Stato Giovanni Gronchi. Semplicemente perché le massime autorità italiane hanno deciso di rimanere a Roma.
Perché lo stato italiano aveva organizzato il trasferimento di tanti lavoratori disoccupati in Belgio?
Era stato il Governo italiano, dieci anni prima, il 15 marzo 1946, a firmare un accordo con Bruxelles in cui si definivano «le condizioni relative all’invio di manodopera italiana in Belgio ed alle forniture di carbone». Quali condizioni? «Per ogni scaglione di mille operai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà verso l’Italia: tonn. 2.500 mensili di carbone, se la produzione mensile sarà inferiore a tonn. 1.750.000; tonn. 3.500 mensili, se la produzione sarà compresa tra 1.700.000 e 2.000.000 tonn.; 5.000 mensili, se la produzione sarà superiore a 2.000.000 tonn.». Un cambio-merci: uomini per carbone. Pochi mesi dopo i nostri ministri si sarebbero impegnati a inviare nei cinque bacini petroliferi belgi duemila minatori alla settimana. Senza chiedere nessuna garanzia di sicurezza sul lavoro. Risultato: dal 1946 al 1963 i morti italiani nelle miniere belghe saranno 867.
"Per 43 giorni il fumo non finiva di sortire ancora che si sentiva la puzza dei compagni morti."
sabato 25 giugno 2016
I semi di zucca
Uscivo dalla proiezione con la sensazione di avere le labbra gonfie (era il sale...) e con la bocca e le dita sporche per l'inchiostro dell'incarto che aveva avvolto i semi.
Da qualche mese, a casa, abbiamo preso a mangiare i semi di zucca a fine pasto, come una normale frutta secca: sono ricchi di triptofano, arginina, magnesio, zinco, ...; trovarli, almeno nella grande distribuzione, non è difficile; sembra però impossibile reperirne di fatti in Italia. Incredibile da dire (ma è davvero incredibile?) si trovano di provenienza non dichiarata, oppure ucraini o addirittura chinesi(!), con prezzi che vanno dai 7 ai 12 euro al kg e anche più.
Altro che produzioni locali a chilometro zero: importiamo dalla China container di semi di zucca che poi in Italia vengono solo impacchettati!
Che fare, per non cadere nei lacci delle produzioni estere?
Quando è possibile, acquisto delle belle zucche gialle intere, di provenienza maremmana, la cui polpa va ad arricchire minestre di verdura o saporiti tortelli e i cui semi, tostati per pochi minuti in un forno elettrico casalingo, si aggiungono, leggermente salati, allo sfizioso e nutriente complemento di un pasto.
mercoledì 4 maggio 2016
Ribolla, 4 Maggio 1954
Noi, gente di Maremma, quel 4 Maggio del 1954 non riusciamo a dimenticarlo; quando se ne parla, anche a più di sessanta anni di distanza, ci viene un groppo alla gola e gli occhi ci si fanno lucidi, come a me adesso.
Quel martedì a Ribolla, un paesino della Maremma vicino a Grosseto, nella miniera di lignite della Montecatini, a 256 metri di profondità, una galleria esplodeva a causa di una grande stagnazione di grisù. Fu una tragedia: 43 minatori morti.
Ricordo i fatti, con le parole di Luciano Bianciardi:
«Si seppe della sciagura la mattina del 4 Maggio: era stata verso le otto e trenta, un’esplosione al Camorra, un’esplosione spaventosa: avevano visto una gran nube di fumo uscire dalla bocca del pozzo, un boato sordo. (...)
«Le notizie che si diffusero subito erano vaghe e contraddittorie, ma la gravità del disastro fu subito chiara a tutti: le esperienze precedenti avevano insegnato che un’esplosione in una miniera di lignite, assume sempre proporzioni tragiche. Non è facile capire quel che è realmente successo. Una piccola folla di donne si accalca dinanzi al cancello dell’infermeria, ne esce un’auto con a bordo un uomo svenuto. Carabinieri, poliziotti, guardie giurate cercano di trattenere la gente che man mano cresce, preme.
«I primi morti uscirono dal Camorra verso le cinque del pomeriggio: l’opera di soccorso, o meglio, di raccolta delle vittime, continuò tutta la notte.
«La gente sta a guardare in silenzio (...). Quando suona il campanello dell’arganista il silenzio si fa ancora più grave, perché vuoi dire che arriva la «gabbia» (...). Una donna si mette a piangere (...). Un vecchio cammina avanti e indietro gridando solo una bestemmia, sempre quella. Fa: "Diolupo, diolupo, diolupo"...
«Rimasi quattro giorni nella piana di Montemassi, dallo scoppio fino ai funerali, e li vidi tirare su quarantatre morti, tanti fagotti dentro una coperta militare».


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