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mercoledì 14 marzo 2018

Engioi Librartis


Immagine dalla mostra Librartis

Ieri sera cercavo informazioni sulla mostra Librartis, che si aprirà al Santa Maria della Scala nei prossimi giorni (una galleria delle immagini QUI), e sono atterrato, forse per una ricerca sbagliata su Google, su una pagina del celebre sito Engioi Siena, QUESTA pagina, dove mi sono scontrato con un inglesondo di cui ebbi già a scrivere, due anni or sono, nei post relativi al "Mangia cotto" (vedi QUI e QUI).

Un doppio clic sull'immagine per ingrandirla

Se il primo paragrafo è comprensibile, nel secondo ci sono due vere perle: il "Birth centenary", che vorrebbe probabilmente dire "il centenario della nascita", [con Birth rigorosamente maiuscolo, tanto celebre era la nascita?] ma forse, e dico forse, in un Indian English, e lo "esteeemed art historian" che, nell'intenzione dei redattori, credo voglia indicare "lo stimato storico dell'arte", tanto stimato, evidentemente, da scrivere la parola con addirittura 3 vocali e.

Il terzo paragrafo, poi, mi è di impossibile comprensione: "a new sensation to feel smooth paper, rough, porous, fabrics, soft, plastic".

La perla è che mi sono accorto di essere finito nella pagina in Spagnolo, e che anche quelle in Tedesco e in Francese riportano lo stesso testo, in inglese, testo decisamente diverso da quello della pagina in italiano consultabile QUI.

Ma perché continuare a far fare alla città queste figure di magra? Perché mettere online pagine che non sono ancora pronte? Nessuno controlla e valida il sito prima di effettuare la pubblicazione?
Evidentemente no e io e voi, comunque, li paghiamo.

Engioi!


Pagine visitate l'ultima volta il 14 Marzo, ore 8:32

giovedì 24 luglio 2014

Sono pazzi questi Toscani

Il tema di questo libro mi ha incuriosito; sarà una delle letture dei prossimi giorni.


E. W. Mellyn, Mad Tuscans and Their Families, University of Pennsylvania Press, 2014

Dalla presentazione editoriale [la traduzione è mia]:

Elizabeth W. Mellyn, basandosi su trecento cause civili e penali che si estendono in un arco di oltre quattro secoli, ricostruisce la miriade di modi in cui famiglie, comunità e autorità civili e sanitarie si sono incontrate nella dinamica arena toscana delle aule giudiziarie per forgiare soluzioni pragmatiche ai problemi che la follia aveva portato nelle loro famiglie e per le loro strade. In qualche caso le soluzioni furono protettive e palliative; in altri diedero luogo ad abusi o a predazioni. Gli obiettivi delle famiglie erano talvolta contrari a quelli delle corti di giustizia ma per lo più le famiglie e i giudici lavorarono insieme per comporre famiglie e comunità in modo da servire gli interessi pubblici e quelli privati.

Per la maggior parte del periodo esaminato dalla Mellyn, le comunità toscane non hanno istituzioni dedicate solamente al trattamento e alla protezione di persone mentalmente disturbate; la responsabilità per le loro cure di lungo periodo ricadevano sulle famiglie. A partire dalla fine del diciassettesimo secolo i Toscani, come gli altri Europei, erano giunti a spiegare la follia in termini medici e chi era mentalmente disturbato cominciava a essere spostato dalla propria famiglia a un ospedale. In "Mad Tuscans and Their Families", la Mellyn argomenta contro la convinzione comune che questi cambiamenti tracciarono la nascita del meccanismo del controllo sociale da parte degli stati assolutisti emergenti. La storia della malattia mentale è, piuttosto, una storia di false partenze, espedienti, compromessi e consensi creati da una vasta compagine di figure storiche.
 

martedì 3 dicembre 2013

Non ci sono errori nel titolo


Google Traduttore riesce ancora a stupirmi!

Provatelo, non è un'immagine manipolata: Traduci.

venerdì 17 maggio 2013

Il lavoro al Sud

Ciabatta Jayne Sport
Quando vedo la rarissima scritta "Prodotto in Italia" mi commuovo fin quasi alle lacrime, anche se si tratta solamente di un paio di ciabatte.
Sono persino disposto, pensate un po', a soprassedere al segnalare l'errore di ortografia inglese.

sabato 4 giugno 2011

Leggere col vocabolario

Mi capita ogni tanto di intestardirmi nella lettura di libri in inglese; ormai mi basta un'occhiata a qualche pagina aperta a caso per capire se il modesto bagaglio di parole che conosco possa bastare alla lettura.
Ci sono libri, o autori, che leggo con facilità, perché hanno un linguaggio piano e un vocabolario limitato; ci sono autori che non sarò mai capace di leggere proprio per la loro ricchezza verbale: Joseph Conrad, per esempio.
Complici alcune ore di attesa a cui ero obbligato stamani, ho portato con me un libro che era in 'fila di attesa' da un po': Food in Medieval Times, di Melitta Weiss Adamson; naturalmente facevano da contorno dei foglietti per le note e un lapis ben appuntato.
Mentre leggevo l'introduzione, tecnica, chiara e facilmente comprensibile, visto il contesto in cui mi trovavo seduto mi sono trovato a riflettere come sia raro vedere adulti (non studenti, voglio dire) starsene seduti in un luogo pubblico a leggere un libro; ancor più raro vederne prendere appunti durante la lettura. Certo, devo essere un tipo ben strano se invece di leggere un giornale sportivo o un settimanale illustrato o far due chiacchiere con un vicino d'attesa sulla vecchiaia e sulle malattie o su cose paliesche o sul Mens Sana basket, sono qui che mi affatico col mio poco inglese a leggere un testo su un tema così bizzarro.
Scavalcata di corsa l'introduzione, subito dopo ho dovuto segnare il passo perché mi sono imbattuto in una gran quantità di parole di cui ignoravo il significato e che non riuscivo con sicurezza neppure a dedurre dal contesto; a
llora ho riempito i miei foglietti di appunti con nomi e verbi ignoti e sottolineato sul libro un gran numero di parole sconosciute. La mia tecnica di lettura di un libro in inglese di solito è: salta le parole che non capisci perché tanto l'informazione è ridondante e non perdi il filo del ragionamento ma scriviti o sottolinea quello che non sai poi, alla scrivania, vai a consultare un vocabolario e annota la traduzione del significato.
Le 30 pagine o poco più che ho letto stamani sono state invece particolarmente difficili: trattandosi di un tema specifico, il cibo e la sua cottura e conservazione, mi sono scontrato con un vocabolario di cui non possedevo che pochi termini.

E se peaches sono le pesche, ginger lo zenzero, cabbage il cavolo e rye la segale (ricordate il famoso The Catcher in the Rye = Il giovane Holden), cosa sono le quinces, il dill e le parsnips?

Se pies sono torte o pasticci, cosa sono le fritters e le mushes? E se game è la selvaggina, cosa sarà il venison?

Insomma, ad un certo punto mi sono dato per vinto, rimandando al pomeriggio, seduto in poltrona accanto ad un bel vocabolario, la soluzione dei casi dubbi o assolutamente oscuri.
Temo sia una lettura che mi impegnerà più del previsto e che metterà a dura prova la mia memoria, che sul breve periodo lascia parecchio a desiderare. Ci sono per fortuna tecniche mnemoniche, lo sappiamo, che aiutano in questo campo: ad esempio, associare quinces (le mele cotogne) a quell'ottima marmellata che, se pure in quantità quasi omeopatica, mi ha regalato un amico qualche mese fa...


Nota: nella copertina del libro si vede un tratto dell'arazzo di Bayeux con un vescovo che benedice cibo e bevande; proprio alla sinistra di questa immagine si può sbirciare cosa succede in cucina:



giovedì 11 febbraio 2010

La Pietra di Luna


Ci sono letture che iniziano per caso: scatenante, questa volta, è stato il brillante color verde ramarro della copertina del libro, un Garzanti degli inizi degli anni '70 con ancora la sua plastica originale tutt'intorno. Preso in mano il volume, in una bancarella di libri usati, sono rimasto colpito anche dalla fascetta che segnalava come dal romanzo fosse stato tratto uno sceneggiato (RAI!) di cui non ho assolutamente memoria.


Il titolo non mi diceva nulla di preciso, avevo solo una vaga sensazione che valesse la pena leggerlo, ma senza avere riferimenti temporali o letterari tranne quelli della quarta di copertina.
Il libro, col suo incarto originale, è rimasto in un angolo di uno scaffale fino a quando, all'inizio di questo mese, ho dovuto viaggiare in autobus, 5 o 6 volte, in direzione Firenze. Ho pensato allora che fosse venuto il momento di immergermi nelle 520 pagine fitte, fitte.
L'orario dei miei spostamenti (alle 7 di mattina e nel primo pomeriggio) ha favorito la lettura; al mattino, tra i miei compagni di viaggio, al massimo un altro paio di lettori; gli altri, tutti silenziosi, mezzo addormentati o con le cuffiette ad ascoltare musiche ignote; al pomeriggio i viaggiatori erano pochi, anche se è accaduto di trovarmi con qualche gruppo di studentesse chiacchierine o di montepaschini ciarlieri che un po' mi hanno distratto. Ma insomma, nel complesso, sono riuscito a leggere con buona tranquillità e lena, lasciandomi indietro un centinaio di pagine, finite qualche giorno fa, nel tempo che alla lettura dedico, qualche volta, prima di dormire.
Leggere questo romanzone dell'ottocento è stato piacevole, i personaggi gradevoli, il plot regge bene agli anni, la traduzione di Pietro Jahire e Maj-Lis Rissler Stoneman scorre bene (ma perché nessuno ricorda mai i traduttori? grandi artisti nel farci apprezzare scritti in lingue sconosciute).
Wilkie Collins mi ha incuriosito e sto valutando se vale la pena di leggere anche La donna in bianco: potrei tentare, col fedele Microsoft Reader e i relativi dizionari, a leggerlo in inglese; lo sforzo mi sembra tanto: anche questo è un bel librone; forse potrei arrivare a un compromesso, leggermi la versione, in inglese, a fumetti, che è solo 50 pagine (è una battuta, ma forse farò proprio così....)
Il fumetto, del 1949, lo trovate qui.

domenica 28 ottobre 2007

Ora li possono risuscitare anche le infermiere

Ho letto il titolo 'gridato' sul sito della BBC: Nurses to decide on resuscitation e mi sono preoccupato: in Inghilterra siamo già arrivati a tanto e con tanta facilità che, adesso, lo lasciano fare alle infermiere?
Poi, scorse alcune righe, ho capito: diavolo, mi son lasciato trascinare dall'assonanza: resuscitation vuol dire rianimazione!
Meno male....

lunedì 8 ottobre 2007

Beat generation

Non so che risonanza abbia avuto al tempo in Italia il processo a Ferlinghetti.
Fernanda Pivano, nella sua introduzione al libro di poesie di Ginsberg Jukebox all'idrogeno (il titolo della raccolta lo suggerì il poeta stesso) che contiene anche Howl, racconta la vicenda con dettaglio.

Quando l'ho letto io, nei primi anni '70, il libro era già stato disinnescato, ed appariva ormai negli Oscar Mondadori. E' stato uno dei primi libri della beat generation che mi sia capitato per le mani, in giro ho ancora qualche Kerouac e qualche Ferlinghetti (sì, anche in originale e non solo nelle traduzioni della benemerita Pivano).

Ricordavo, qualche post fa, di come feci conoscere
questo libro, e Sulla strada di Kerouac, alla mia prof. di italiano in 5^ liceo.
Non ho detto però che mal me ne incolse. Infatti, senza avvertirmi in anticipo di cosa volesse fare, alla fine dell'esame orale di maturità (avevo 'portato' Italiano e Fisica all'orale) la prof, che era membro interno nella commissione, si rivolse affabilmente al commissario di Inglese, dicendogli che io avevo anche un mio interesse per la letteratura americana, e lo invitò, visto che sapeva che anche lui era appassionato dell'argomento, a scambiare con me qualche opinione.
Il commissario partì, in inglese, a fare una sua breve premessa e poi a chiedermi alcuni giudizi specifici.

Io, che avevo smesso la sudorazione dopo la seconda domanda di Italiano e mi ero poi rilassato completamente, appoggiandomi tranquillo allo schienale della sedia per il resto dell'esame, ricominciai improvvisamente a sudare. Pensavo che tutto fosse finito e adesso questa bella sorpresa!
Fu, senza dubbio, il momento più buio dell'esame, avrò capito si o no quattro parole di quello che mi diceva il commissario, e le frasettine con cui risposi, più o meno generiche sull'argomento, non sono neppure sicuro che fossero sintatticamente corrette. L'inglese oggi lo leggiucchio, ma lo capisco quando lo parlano soltanto se è un inglese stile BBC, pronunciato con fine dicitura, come fanno Tony Blair o la Regina Elisabetta durante i discorsi ufficiali, e praticamente non lo parlo; figurarsi trenta e più anni fa!

sabato 25 agosto 2007

I won a contest

Strange as it may seem, I won a contest in a USA blog thanks to a caption for this engrave of the XIX sec.It is strange, because it is hard for a non-english-speaking guy, as me, to write a short sentence, that is not only correct, but even smart.
I used the greek poet Challimacus 'Mega biblion, mega kakon', that I translated in 'Big book, big harm'; J. Godsey decided it was 'the one she laughed loudest', so the prize.
Bibliophile Bullpen is a blog I read often, (it is in my feeds) and the sibling site sicpress has a catalog of supplies for cleaning and repairing used books which can be of interest, with useful DIY videos.

A little thing but a nice help to my conceit!



Per quanto possa sembrar strano, ho vinto una gara di un blog americano per un commento su una incisione del XIX secolo.
Strano perché è difficile, per un non anglofono come me, scrivere in inglese una frase concisa che non solo sia corretta ma anche spiritosa.
Ho usato 'Mega biblion, mega kakon' del poeta greco Callimaco che ho tradotto come 'Big book, big harm' (Gran libro, gran danno) e J. Godsey ha deciso che era quella 'che l'ha fatta ridere più sonoramente', per cui il premio.
Bibliophile Bullpen è un blog che leggo spesso (è nei i miei feed) ed ha un sito web collegato, sicpress, con un buon catalogo di prodotti per la pulizia e la riparazione di libri usati che può essere di un qualche interesse. Vale la pena dare un'occhiata anche ai filmati 'Fallo da te' .

Un evento molto piccolo, ma un incoraggiamento alla mia vanità!

giovedì 7 giugno 2007